_Band_Mandillà (Italia)


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Nell’autunno 2008 Giuseppe Avanzino, medico quarantenne, interprete e traduttore delle canzoni di Georges Brassens nonchè autore di cabaret, incontra Corrado Barchi, musicista e produttore con trentennale esperienza. Di comune accordo i due decidono di affrontare una nuova avventura musicale lavorando sul dialetto genovese ma con l’intento di sganciarsi dai canti tradizionali.  Per questo decidono di cimentarsi in un originale omaggio a Fabrizio De André, traducendo dall’italiano al genovese alcune delle canzoni più popolari del grande cantautore.  Così Giuseppe, con la supervisione di Corrado, inizia la stesura delle prime traduzioni. Si decide a quel punto di allargare il gruppo creando, quanto più possibile, un ensemble acustico, “che possa suonare sul palco come in osteria”. Vengono perciò coinvolti nell’ordine: Marco Raso (fisarmonica), Marco Vaccarezza (batteria e percussioni) e Massimiliano Mortola (basso, contrabbasso elettrico e fiati). Caratteristica del gruppo, oltre a quella di interpretare esclusivamente in lingua genovese l’opera di De André, caso unico in Italia, è quella di usare dal vivo un insieme di strumenti che coniugano la musica popolare locale con altri che permettono di avvicinarsi più che mai a quelle sonorità etniche, e soprattutto mediterranee, che negli ultimi anni caratterizzarono il lavoro di Fabrizio De André. Si possono infatti ascoltare strumenti quali il Bouzouki, il Cajon e lo Djembé.

Con questa formazione debuttano il 25/04/2009 a Moneglia (GE), e per tutta la stagione primavera/estate si esibiscono nella Riviera Ligure e nel basso Piemonte. A distanza di un anno si decide di inserire un sesto elemento: Pierpaolo Ghirelli, alle chitarre e nel frattempo subentra al posto di Massimiliano Mortola un nuovo bassista, Michele Marino.

Il repertorio da un lato attinge ai pezzi composti in dialetto da De André, dall’altro si è scelto di tradurre alcune delle canzoni più famose del cantautore, Bocca di Rosa, Un giudice, Dolcenera, per citarne alcune e altre, magari meno conosciute (I monti di Mola, Delitto di paese), ma non per questo meno interessanti dal punto di vista letterario e, soprattutto, narrativo. Si è cercato infatti di concentrarsi su canzoni che raccontassero storie e per questo più traducibili e di conseguenza più contestualizzabili. Un esempio è “I Monti di Mola”, canzone originariamente in lingua sarda, che nella traduzione diventa “I Monti di Leivi” e pur mantenendo invariata la struttura del racconto che narra una storia d’amore tra un giovane ed un’asina in quel della Gallura, fermo restando i protagonisti del racconto, vengono inseriti in un contesto locale che è quello dell’entroterra ligure. Scegliendo di lavorare al progetto secondo questa impostazione, è stata difficile la scelta delle canzoni. Alcuni pezzi pur narrando storie e quindi, teoricamente,traducibili, non erano assolutamente contestualizzabili. Una fra tutte “Don Raffaé” che non può uscire, per mantenere il proprio significato di denuncia sociale, dal contesto partenopeo in cui la canzone è ambientata. Un altro esempio è “Avventura a Durango” (già traduzione di Fabrizio De André di una canzone di Bob Dylan) che, se da un lato si può inserire in un contesto di brigantaggio che fino agli inizi del ‘900 si poteva riscontrare nei nostri luoghi, dal Passo del Bracco all’entroterra chiavarese, difficilmente diventa inseribile nello stesso ambito quando l’avventura messicana si concentra sulle corride ed sugli eroi della liberazione che, se tradotti in genovese, mal si concilierebbero con la nuova ambientazione. Altre canzoni invece non sono state tradotte in quanto, pur appartenendo ai capolavori del cantautore genovese, avrebbero perso quello spessore poetico e letterario, se non addirittura filosofico, che avevano nella loro versione originale. Rientrano in questo gruppo canzoni quali Amico fragile, La domenica delle salme, Anime Salve, Ottocento, per citarne alcune.

Come in tutti i lavori di traduzione, si è cercato da un lato di restare il più fedele possibile a quello che è la canzone, dall’altro mantenere ovviamente una metrica e un sistema di rima che non solo permettesse di cantarle ma che fosse anche quello impostato originariamente dell’autore. A questo proposito è significativo l’esempio de “La ballata del Miché” dove il ritornello gioca sulle rime con “Miché” e “te”, dove il “te” si riferisce alla donna per il cui amore il protagonista ha prima ucciso e ed è poi stato incarcerato per suicidarsi quando si è reso conto che “non voleva restare vent'anni in prigione lontano da te” o che “non poteva mai dire che aveva ammazzato  soltanto per te”. La traduzione in genovese avrebbe trasformato quel “te” in “ti”, modificando perciò la rima. Si è deciso quindi di ricorrere ad un artifizio, per cui, pur mantenendo la traduzione letterale per quel che concerne il racconto, si è modificata la struttura narrativa per cui colui che racconta il fatto non parla più ad un “te” ma narra di una “lei” (in genovese “le”) tornando così alla possibilità di ricomporre la rima originale. Un altro esempio di artifizio narrativo lo troviamo ne “I Monti di Mola” dove la storia d’amore tra l’uomo e l’asina non si può compier in quanto “da li documenti escisini fratili in primu” (cioè “perché ai documenti risultarono cugini primi”) per poter inserire la rima nella nuova traduzione si è modificata la chiave di lettura per cui si è scoperto che “l’ase e l’ommo l’ean figgi de frè”. Innumerevoli sono gli esempi che si possono fare per rendere l’idea di quanto difficile sia stato il cercare di trasporre in un contesto locale le storie, mantenedone intatta la poetica sia dal punto di vista narrativo che linguistico.

La scelta di lavorare su Fabrizio De André è stata inizialmente casuale, come già detto sopra, ma è stata poi spinta dal volere, magari inconsciamente, riappropriarsi di un autore che, pur avendo fatto la storia della canzone italiana, ha sempre avuto un occhio di riguardo verso i suoi luoghi e la sua città, attenzione che negli ultimi tempi si era poi spostata in quella che lui considerava la sua seconda patria, ovvero la Sardegna. Questo a significare quanto per lui fossero importanti le proprie radici.Con la sua prematura scomparsa il suo patrimonio è diventato naturalmente nazionale e ovunque se ne è sentito l’eco, questo mi ha personalmente stupito, in quanto ne facevo un riferimento soprattutto locale, senza mai immaginare il riscontro che avrebbe avuto in tutta Italia. Tradurlo in genovese è stato un po’ come riappropriarsi con una gelosia magari un po’ infantile di un repertorio che si sentiva quanto mai locale, cosa che per fortuna così non è stata.

In questo periodo di polemica sull’uso dei dialetti, teniamo sempre a sottolineare, che pur cantando in genovese dentro di noi batte un cuore italiano.