_Band_Mercantinfiera (Italia)


Concerti | Discografia
Intervista con i "Mercantinfiera"

Mercantinfiera: "mercanti d'arte". Uniti da una comune passione per la musica, questa Ensemble ha scoperto pian piano, anche grazie all'incredibile assonanza vocale del loro cantante, Giancarlo, di avere, nelle loro potenzialità, le "corde" per affrontare il repertorio di De André. E' così è stato attraverso un spettacolo curato e senza eccessi che raccoglie e diffonde con eleganza il messaggio di Faber.

Per cominciare vi lascio spazio: presentatevi… Chi siete? Da quale esperienza musicale proviene ognuno di voi?
Siamo un gruppo di amici, originari della Bassa Veronese, accumunati dalla passione per la musica. La nostra formazione musicale è prevalentemente classica (Eleonora, Maurizio e Paolo hanno studiato al conservatorio fino al diploma, io ho interrotto gli studi classici prima) ma ascoltiamo, studiamo e suoniamo anche altre cose! Maurizio, per esempio, suona il flauto in svariate formazioni di musica moderna, jazz e leggera (ha suonato anche con Lucio Dalla a Padova), oltre a dedicarsi all’insegnamento. Eleonora fa parte dell’“Alio Modo Ensemble”, che propone un repertorio che va dal Barocco al Novecento. Io, oltre a studiare il basso elettrico presso l’Accademia di Musica Moderna Lizard, sono il tastierista del gruppo Standing Ovation (insieme alla chitarra elettrica di Paolo, già insegnante di chitarra classica ed elettrica) il cui repertorio è quello di Vasco Rossi assieme alle più belle canzoni “dance” degli anni ’80. Alberto ha molteplici interessi, che vanno dalla composizione all’arrangiamento, passando per la piccola produzione domestica. La grande passione di Giampaolo, invece, è rappresentata da “Le Orme”, e da tutta la musica rock-progressive di quel periodo. Giancarlo, affascinato dal fingerstyle, ne ha studiato per alcuni anni la tecnica. Le nostre esperienze musicali sono dunque abbastanza varie, ma tutte fondamentali per creare il sound giusto dei Mercantinfiera.

La scelta di De Andrè è avvenuta per caso, solo per “assonanza” vocale oppure vi sentite in qualche misura portatori di un messaggio più alto della canzone in sé?
Beh, all’inizio, ad essere sinceri, abbiamo cominciato proprio per la similitudine della voce di Giancarlo a quella di Fabrizio De Andrè. Poi, via via che il repertorio cresceva, abbiamo iniziato a scoprire la meravigliosa grandezza che si cela in ogni lavoro di Faber. Arrivati a questo punto sì, ci sentiamo portatori di un messaggio più alto della canzone in sè, anche se magari con un pizzico di presunzione. E’ per questo motivo che, durante i concerti, faccio una piccola presentazione di ogni brano. Ma non perché io sia convinto di trovarmi di fronte ad un pubblico impreparato (anzi, spesso è il contrario!). Solo per fornire un punto di vista diverso, o approfondire il significato di alcuni passaggi. Ed è un compito maledettamente difficile. Il rischio è quello di perdersi in un mare di parole, rubando spazio alla musica. Qualcuno ha mai provato, ad esempio, a raccontare in dieci parole un brano come “La Città Vecchia” o “L’infanzia di Maria”?

Dal vostro sito si percepisce che non vi siete formati attorno all’idea precipua di cantare e suonare De Andrè, scelta che è arrivata successivamente: eppure il nome “Mercantinfiera” sembrerebbe evocativo dei personaggi raccontati da Faber. Una propensione, come dire… in fieri?
Effettivamente siamo sempre stati in qualche modo attirati dal mondo dei cantautori, nell’ottica di quel girovagare tipico dello zingaro, ma anche del cantastorie che vaga di piazza in piazza a portare le sue canzoni. A diciott’anni il nostro sogno nel cassetto era di girare il mondo con un camper ed una chitarra… Quasi un ideale di libertà e di distacco dalle cose materiali, dove ci si deve procurare da vivere “mercanteggiando” l’arte. E il luogo d’elezione del mercante è proprio la fiera, col suo turbinìo di voci, suoni e colori. Per questo motivo, probabilmente, quando Giampaolo ha proposto “Mercantinfiera” come nome del gruppo, è stato subito accettato come una cosa talmente ovvia su cui non si deve nemmeno discutere.

Al di là delle espressioni di tributo delle varie band, cosa ritenete si debba fare, nella musica come nel teatro e nell’arte in genere, che non sia ancora stato fatto, per rendere omaggio o anche solo per non far dimenticare l’opera di De Andrè?
Qui, purtroppo, tocchiamo un tasto dolente. Bisognerebbe cambiare la mentalità dei vari “addetti alla cultura” in genere. Noi, infatti, incontriamo enormi difficoltà a proporre questo tipo di musica. La cultura non fa spettacolo, tanto meno oggi dove il reality-show, la real-tv, la real-stupidity la fanno da padrone. Se non c’è spettacolo non c’è interesse di pubblico, non c’è rientro economico e non c’è dunque programmazione. Spesso ci sentiamo rispondere: sì, siete bravi, mi piacete, però… De Andrè, che palle! E poi non farete mica “La Buona Novella”? Per carità… La verità è questa: da un lato la cultura non interessa alle masse, dall’altro fa paura perché costringe a riflettere. I teatri e le associazioni culturali faticano a sopravvivere, i giovani non studiano più la musica (tanto con il karaoke basta premere “PLAY”…), i piccoli gruppi che vorrebbero emergere (come anche noi, del resto) quando riescono a trovare un posto in cui suonare sono annegati in un mare di pastoie burocratiche. Bisognerebbe credere ed investire più fondi ed energie in questa direzione, pena lo sfascio culturale delle nuove generazioni. Il famoso violinista Uto Ughi, in una sua intervista di qualche tempo fa, invocava la “par condicio” musicale. Non è possibile –diceva- che accendendo la radio a qualsiasi ora, su una qualsiasi emittente, la musica proposta sia sempre la stessa: PUM-TA-PUM-PUM-TA. Ok, capisco le sacrosante ragioni commerciali. Ma perché non fare u’ora di disco, un’ora di pop, ma anche poi inserire un’ora di jazz, di classica, di blues, di gospel o di folk nella normale programmazione? Perché se voglio ascoltare del jazz sono costretto a sintonizzarmi dalle due alle tre di notte su RAI3? Come farà un ragazzo ad innamorarsi della musica classica, ad esempio, se ne ignora l’esistenza? Così sarebbe un vero peccato che l’opera di De Andrè rimanesse un fenomeno elitario. E’ vero che le vendite del DVD della sua ultima turnè hanno superato quelle di Vasco Rossi (il che è tutto dire). Ma un DVD non può certo contenere tutto il suo pensiero.

Si riscontra un passaggio nella carriera di De Andrè che si può considerare spartiacque stilistico per la sua crescita espressiva in termini di composizione come di interpretazione oppure no?
Secondo noi sono due le tappe fondamentali nella carriera di De Andrè. La prima è culminata con la pubblicazione del doppio concerto live con la PFM, la seconda con Creuza de Ma. La PFM in quel periodo proponeva un rock-sound considerato d’avanguardia, che (a detta di molti addetti ai lavori) mal si sarebbe sposato con lo stile cantautoriale. De Andrè, invece, volle fortemente quell’incontro, e insieme rifecero da zero tutti gli arrangiamenti. E non si vergognò di “mettere la minigonna” ai suoi brani, come più tardi disse. Il successo di tale operazione fu di enorme portata, tanto che al primo disco ne successe subito un altro, contenete i brani precedentemente scartati. Ricorda Franz Di Cioccio (batterista della leggendaria formazione): "Per noi fu una sfida musicale molto eccitante: scavare nelle canzoni di Fabrizio alla ricerca di tutta la musica nascosta, tirarla fuori e rendere ancora più musicale quello che lui aveva scritto, magari aggiungendo dell'altro. Il bello fu che da allora in poi Fabrizio pretese che quei pezzi