_Band_Faber Dentro - Pietro Cesare (Italia)


Concerti
Intervista con Pietro Cesare (alias Faber Dentro)

Carissimo don Pablo, è Mario, …quando siete partito io pensavo che vi eravate portato tutte le cose belle con voi. Invece adesso lo so, ho capito che mi avete lasciato qualcosa”. Sono le impressioni e le parole del postino Mario-Troisi al suo amico-poeta Neruda-Noiret in chiusura del film “Il postino” quando il portalettere si trova a scrivere all’amico ormai lontano (ma che aveva segnato l’avvio della sua iniziazione intellettuale e sentimentale) e a comprendere che, grazie a lui e alla sua poesia ora sa raccontare “una cosa bella della sua terra” riuscendo ad avvertire, oltre all’amore per la sua amata Beatrice, anche le voci dell’isola. “Numero uno: onde alla cala di sotto, piccole. Numero due: onde grandi. Numero tre: vento della scogliera. Numero quattro: vento dei cespugli. Numero cinque: reti tristi di mio padre. Numero sei: campana dell’Addolorata, con prete. Bello però, non me n’ero mai accorto che era così bello, numero sette: cielo stellato dell’isola. Numero otto: cuore di Pablito”, che registra appoggiando il microfono al pancione di Beatrice. Gli stessi sentimenti hanno soccorso me e, credo, tanti suoi “virtuali assistiti” per smorzare o superare il dolore nato l’undici gennaio millenovecentottantanove. Ma, soprattutto, a capire che Fabrizio De André non ci ha mai lasciato davvero; e che la sua memoria, “in un vortice di polvere” come in “mille papaveri rossi”, vivrà per sempre.

De André e Napoli, De André e la Campania: un connubio che più di una volta è sembrato idilliaco... Quali sono le radici di questo "presunto" legame?
Il legame tra De André e Napoli è certo e documentato. Quella napoletana è una delle numerose radici della sua vastissima cultura. Lo stesso De André riconosceva che la canzone napoletana lo aveva formato tantissimo, ancor prima di scoprire George Brassens. È un sovrapporsi e un intrecciarsi di episodi: istradato dal padre al mondo di Roberto Murolo, “consumandone”, come dirà egli stesso, il cofanetto antologico Napoletana, De André era un grande estimatore della canzone napoletana classica; la conosceva e l’amava profondamente. Se ne ritrovava innamorato e ammirato in particolar modo per Libero Bovio e Salvatore Di Giacomo. In seguito scoprì che anche nei solchi dei dischi che solitamente gli portava il padre dalla Francia del suo indiscusso maestro Brassens erano presenti, tra gli altri, gli echi della cultura napoletana, dal momento che la madre era di origine partenopea. Le occasioni per entrare a contatto col dialetto napoletano, quindi, non gli sono certo mancate. Una musica – questa “lingua” - che non si allontanò più dal suo orecchio tanto che, in seguito, si ritrovò ad assorbirne suoni, accenti, vocaboli e costruzioni linguistiche tanto da fargliela preferire, col genovese, a qualsiasi altra lingua mediterranea. Altrettanto era incantato dal teatro di Eduardo (durante le registrazioni dell’album ribattezzato “L’indiano”, usava le pause per ascoltare su walkman le registrazioni su cassetta delle sue commedie) e dal neorealismo di Vittorio De Sica. Ma emergevano, ed è agevole intuirlo in molte delle sue interviste e dalle citazioni fatte spesso e volentieri, anche la formazione crociana, (il padre Giuseppe era uno degli allievi prediletti di Benedetto Croce), i libri di Giuseppe Marotta e, non ultimo, il primo episodio importante della sua vita sentimentale con una ragazza napoletana che lo vide soggiornare per sei mesi nella Napoli del 1960. Per tutti questi elementi De André elesse la nea-polis a sua patria morale e come la città in cui, dopo Genova e prima della Sardegna, gli sarebbe piaciuto vivere, sia per le analogie urbanistiche, “la sua asimmetria”, e architettoniche che vi riconosceva, sia per quella sterminata cultura trasferitagli, forse, dagli scrittori francesi (Dumas, Stendhal, Diderot, sono solo alcuni degli scrittori francesi preferiti da De André e che hanno lasciato nei loro scritti testimonianze preziose sulla città delle sirene) e dalla quale, come testimoniò egli stesso, il Mediterraneo non può prescindere.  In effetti i tre momenti napoletani più evidenti del suo canzoniere testimoniano questo sua retroterra culturale (quella partenopea è una cultura che si trasfonde nella napoletanità e si estende oltre le falde del Vesuvio in tutta la regione): Avventura a Durango, la prima comparsa del napoletano nel canzoniere di De André, nella quale utilizzò proprio il napoletano (proprio perché era spesso usato in maniera spontanea anche nella vita quotidiana) per restituire più fedelmente la ballata di Dylan alternante l’inglese (nelle strofe) e lo spagnolo (nel ritornello): nun chiagne Maddalena, Dio ci guarderà, e presto arriveremo a Durango. Strigneme Maddalena, stu deserto finirà e tu potrai ballare ‘o fandango. Don Raffae’, ispirata alla figura di don Vito Cacace del libro Gli alunni del tempo di Marotta (ma che ricorda molto da vicino anche il Don Antonio Barracano de “Il sindaco del rione Sanità” di Eduardo); La Nova Gelosia, uno dei brani quasi del tutto dimenticato dai più anche a Napoli, riproposta quasi a rendere omaggio al repertorio classico napoletano che lo aveva formato. C’è poi la scelta della maschera di Pulcinella che appare sulla copertina del live “1991 CONCERTI” e con la quale De André e tutta la band appaiono fotografati; non una scelta a caso, quella di Pulcinella, ma una rappresentazione ad hoc di un antipotere verso le logiche dominanti de Le nuvole; e ancora la frase dell’anonimo campano del XX secolo che introduce l’ultimo album Anime Salve, quasi a chiudere un cerchio,“Noi simme cori aridi, nemici de la pace, quanno due cori s’ammano, noi tutte ce dispiace”, a testimonianza del suo attaccamento alla lingua viva della gente. I dischi paterni di musica napoletana e di Brassens, la sua formazione crociana ed eduardiana (non solo), le storie sentimentali, le analogie culturali “nei quartieri dove il sole del buon Dio non da i suoi raggi” della “Genova dei carrugi” e della “Napoli dei vicoli” verso il mare che le unisce; queste sono, in sintesi, le radici di questo binomio.

Cosa significa oggi suonare e cantare De André?
Come affermò in un’intervista al giornalista V. Mollica: “Io credo che l'uomo potrà anche conquistare le stelle ma penso, d'altra parte, che le sue problematiche fondamentali siano destinate a rimanere le stesse per molto tempo, se non addirittura per sempre”. Si potrebbe dire, analogamente, che suonare e cantare De André, oggi, significa prima che i suoi versi, le sue canzoni, le sue poesie, proprio per i temi trattati, per i loro contenuti sono ancora attualissime (soprattutto quelle sulla guerra, purtroppo) e forse lo saranno per sempre dal momento che tutta la sua opera offre sempre nuove riletture al mutare dei tempi; e poi che è costante punto di riferimento per il mondo giovanile e non solo; lo testimoniano le tante citazioni che di lui si fanno nei diversi ambienti culturali, come “le scuse per la passata omissione” del grande poeta contemporaneo Mario LUZI che ne riconobbe l’indiscutibile grandezza poetica.