_Band_Disamistade (archivio) (Italia)


Concerti
Intervista con i "Disamistade"

I Disamistade nascono più di un anno fa a Mondovì, in provincia di Cuneo,  ma solo da qualche mese, con il completamento della formazione, cominciano a proporre in giro per la provincia il loro tributo a Fabrizio De André. La formazione conta ben sette elementi (ma da poco collabora con il gruppo una violinista), tutti di età compresa tra i 18 e i 23 anni, e può quindi affiancare agli strumenti più comuni tra i gruppi giovanili (Chitarra-Basso-Batteria) un'ampia scelta di strumenti acustici e della tradizione mediterranea e non: Bouzouki greco, Oud arabo, Berimbau brasiliano, percussioni… L'attenzione del gruppo è pertanto volta a riproporre e reinterpretare quella smisurata «banca di suoni» concepita da De André soprattutto negli ultimi album della sua carriera, sintetizzando in un unico sound le sue varie esperienze e influenze. Una rilettura del cantautore genovese dunque non legata assolutamente ai classici o alle partiture facili, ma piuttosto un omaggio fedele alla musica e agli arrangiamenti di DeAndrè e dei grandi che lo hanno affiancato. Rispondono alle domande i componenti del gruppo: Debora (voce, percussioni), Marco (chitarra classica, bouzouki, mandolino, oud), Jacopo (chitarra elettrica, acustica, bouzouki, percussioni), Yuri (chitarre elettrica e acustica, percussioni), Paolo (basso elettrico e acustico, berimbau, ocarina), Gabriele (fisarmonica) , Manuel (batteria, percussioni) , Sara (violino)

Disamistade ricerca le ragioni del contrasto, della contrapposizione; descrive il disagio che si prova verso l'altro, la rabbia che si manifesta contro chi si ritiene opposto a sé. Singolare questa scelta di chiamarvi in questo modo: come mai?
"Disamistade" è uno dei brani più belli e intensi di De Andrè, nonché uno dei nostri preferiti. Il nome però è nato tempo fa, quando ancora non eravamo strettamente una cover band di De Andrè. Al nostro primo concerto siamo arrivati senza un nome, e un minuto prima di andare in scena dovendo farci presentare abbiamo aperto a caso il libro degli spartiti di De Andrè… e poi comunque moltissime band hanno preso il nome da canzoni di quell'album: Anime Salve, Khorahanè, Trio Princesa…c'è persino Dolcenera.

La matrice etnica nelle composizioni di De André è andata crescendo negli ultimi album. Le ragioni di questa continua ricerca musicale e lessicale dove stanno secondo voi?
De Andrè ha attraversato varie "fasi" nella sua carriera, sempre alla costante ricerca di suoni diversi e sempre arricchendo i suoi arrangiamenti. L'impronta etnica dell'ultimo periodo, del De Andrè maturo, che è anche quello che noi di più amiamo interpretare, è solo il punto di arrivo di una lunga storia fatta di continue evoluzioni, attraverso le collaborazioni con altri grandi, dal folk rock con Bubola al prog con la Premiata, fino alla musica del mediterraneo con Pagani. Non c'è frattura: c'è la volontà di esplorare e di trovare i mezzi più adatti all'esprimere la propria arte in quel particolare momento. Anche la scelta del genovese è legata a questo.

Che genere di musica preferite? Da quale area musicale provenite?
Fin dall'inizio, con la formazione originale ormai più di due anni fa, De Andrè è stato il punto di incontro dei nostri gusti musicali, e la scelta di lavorare su di lui è anche legata a questo: come trovare una linea comune tra chi vuole suonare insieme e ascolta dal rock alternativo inglese al jazz e alla musica brasiliana, passando per il prog, il folk italiano e il rock anni settanta? De Andrè era ed è il nostro terreno d'intesa comune. Per quanto riguarda l'area di provenienza, anche qui copriamo un po' tutti i campi. Chi scrive (Jacopo) ha studiato chitarra classica e musica per anni, così come Marco (Chitarra classica, bouzouki, mandolino..), Gabriele (fisarmonica) e Sara (Violino), che addirittura continua tutt'ora. Anche Debora (voce) ha studiato canto lirico per anni, ma ha avuto anche esperienze in vari gruppi rock locali. Yuri (chitarra) studia chitarra moderna. Paolo e Manuel (basso e batteria) hanno suonato e suonano in gruppi dei generi più vari, dal blues al rock decisamente più "duro". Il nostro inizio (quando eravamo ancora in tre, chi scrive, Marco e Yuri) è stato molto legato al conciliare le due attitudini alla musica, quella "dello spartito" e quella più empirica del "contare le battute e suonare gli accordi".

Mettere in piedi spettacoli o concerti richiede più difficoltà logistiche (cercare spazi, organizzare la strumentazione) o tecniche (arrangiamenti, coordinamento delle preferenze del gruppo)?
Basta dire che siamo in otto sul palco, e che ognuno di noi ha con sé almeno due strumenti. Una acustica e una elettrica a testa per me e Yuri; classica, bouzouki, mandolino, oud per Marco: due bassi per Paolo, elettrico e acustico. In più la batteria, tutti i vari tamburi e le percussioni, il berimbau (che usiamo per "Disamistade", e che tra l'altro è lungo due metri), gli amplificatori e, se non abbiamo il tecnico in loco, l'impianto completo con mixer, casse, microfoni, aste... Quando ci spostiamo per i concerti sembriamo i Pink Floyd. Oltretutto non è facile trovare chi abbia lo spazio per far suonare otto persone. Anche incontrarsi tutti non è facile: chi lavora, chi è al Liceo, chi in Università… Questo per le difficoltà logistiche. Per quelle tecniche, gli arrangiamenti li elaboriamo insieme in prova, partendo dalla versione originale laddove questa sia riproducibile, o inventando o ispirandoci ad altre cose. Non è facile certo coordinare le parti di sette strumenti, ma alla fine ne vale sempre la pena.

Cosa vi manca di più di Faber e quale ritenete sia la cosa più grande che ci ha lasciato, il suo messaggio più importante?
Al di là delle emozioni che ancora danno le sue musiche, l'esempio più grande che ha dato De Andrè alla sua categoria (i musicisti in generale) è stato quello della sua continua evoluzione, del non diventare mai di maniera, del non fossilizzarsi mai per più di un album sullo stesso tipo di arrangiamento. Chi, in Italia almeno, può vantare questo oggi?

Quali sono i vostri prossimi obiettivi?
Suonare, suonare tantissimo e ovunque ci prendano. E ci siamo resi conto che più concerti facciamo, più troveremo altri posti in cui ci facciano suonare.

Quale è stata la forma di manifestazione che si è fatta per ricordare Faber meno appropriata e quale quella più gradita nel corso di questi 5 anni secondo voi?
Ci sembra bello che così tanta gente si prodighi per ricordare De Andrè. Tantissimi i dischi di tributo, dovendo citare il più bello (che molta ispirazione ci ha dato per gli arrangiamenti) diremmo "Non più i cadaveri dei soldati", con Afterhours, Parto delle nuvole pesanti e altri della scena indie italiana. Manifestazioni meno appropriate? Sono state tante.