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L’uomo è
nel mondo non come l’acqua in un bicchiere, o come l’
animale in una gabbia, isolato da tutti gli altri esseri.
Anche se la società crea pareti di vetro, o reticolati, la
tendenza primigenia naturale –verrebbe da dire
“animalesca”- dell’uomo è quella, piuttosto, di acqua
sparpagliata, di libertà senza barriere. Un rapporto di
apertura, quindi, contiguità, circolarità. Non un essere, ma
un esserci. La canzone può essere intesa come una conseguenza
di questo sentimento di implicazione, del desiderio di
prendersi cura, della necessità di fissare ciò che, volenti
o nolenti, prima o poi verrà dimenticato, disgregandosi nei
meandri del tempo. “Il canto deve in qualche maniera
avere come obiettivo quello che anticamente aveva la musica
cantata, ovvero far guarire le persone”

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“Se è
vero che certa musica cantata contiene qualche piccolo germe
di letteratura, questo mi fa ben sperare per il vostro lontano
futuro, quando, come dice Sepùlveda, la letteratura risulterà
essere l’unico sicuro antidoto contro il veleno della
vecchiaia”. In Sardegna si dice: “chistu
tocca ponillo in canzone”.
Questo
bisogna metterlo in canzone, e viene riferito ad
avvenimenti eccezionali, che devono essere fissati in musica
perché non se ne perda il ricordo. Questo è il solo modo per
non soffrire del fatto che le cose sono provvisorie, che
quando vorremmo conservarle, se ne vanno in fumo, che la
morte, intesa come disgregazione degli operati umani, è
sempre dietro l’angolo.
L’idea
della morte è un costante leitmotiv nelle tematiche
affrontate da Fabrizio De Andrè. Si direbbe addirittura che
in un certo periodo della sua produzione artistica, ogni sua
canzone diventi una specie di variazione sul tema della morte,
che ogni sua composizione sia mirata a descrivere, sviscerare,
analizzare le miriadi di sfaccettature che la morte può
offrire al cuore di un poeta. La morte vera, intesa come
violenza, la morte psicologica, la morte dell’anima.
Basti
ricordare l’album “tutti
morimmo a stento” (1968) “la
buona novella” (1970), per arrivare a “Non
all’amore, non al denaro nè al cielo”.
La musica,
il canto, la poesia vengono offerte in queste opere da FDA
come una delle possibili vie di salvezza dalla morte, nelle
sue mutevoli forme. Non è a caso, infatti, che, mentre gli
altri morti “dormono sulla collina”, sembra ancora
possibile sentire una unica voce, tra tutte quelle dei
personaggi sepolti sulle pendici che fanno da argine al fiume
Spoon. Quella voce è di Jones, il suonatore, che ha
consacrato la sua vita alla musica, e che si è trasformato in
strumento esso stesso, una volta morto, distaccandosi da tutti
quanti gli altri suoi compaesani.
Non
all’amore, non al denaro nè al cielo esce nell’autunno
del 1971, ed è da considerarsi una delle opere miliari di De
Andrè, assieme alla buona novella, nel senso che fu
determinante ai fini della notorietà e del consolidamento
della sua identità come autore/musicista. Il successo sarà
così forte che al suo traino saliranno notevolmente anche le
vendite della stessa Antologia di Spoon River. Ciò non
bastò comunque, perlomeno negli ambiti della sinistra di
classe, ad attenuare le critiche a lui indirizzate. De andrè
si era costruito la fama del tipico intellettuale che sembra
parlare sempre di altro rispetto a ciò che ci si aspetterebbe
di sentire (borges: il vero intellettuale rifugge dai dibattiti contemporanei: la realtà è
sempre anacronistica). Cosa questa che spingerà molti a
rimproverar al cantautore di farsi portavoce di una poetica
decadente e disfattista dalle ricadute negative sulla volontà
di lotta dei giovani. D’altra parte gli anni settanta non
furono propriamente agevoli per gli intellettuali, mentre
furono un po’ più semplici per i presunti intellettuali.
Molti infatti faranno scelte fittizie, cavalcando
opportunamente i cavalli valutati come vincenti. FDA,
comunque, mantiene sempre quel suo atteggiamento “ostinato e
contrario”, rifiutando quell’irregimentamento in un gruppo
o in un partito, ma operando sempre scelte ben precise: nel
conflitto sociale preferisce schierarsi, eventualmente, dalla
parte di chi le barricate le innalza, e non certo di chi
ordina di abbatterle.
Fabrizio De
Andrè lesse l’antologia di Spoon River a diciotto anni, nel
1958, circa. Gli piacque, forse perché quei personaggi gli
parlavano di lui, e perché quei versi erano liberi, in tutti
i sensi. Ed accusavano. Accusavano la società puritana,
denunciando i difetti della gente che resta attaccata alle
piccole cose, che non riesce a vedere al di là del proprio
naso, che non ha alcun interesse umano al di là delle
necessità pratiche. Poi lo rilesse più avanti, circa dieci
anni dopo, trovandolo ancora assolutamente attuale.
Una cosa
soprattutto lo colpì: la sincerità estrema, purissima, priva
di barriere, nelle voci che escono dalle lapidi. È strano ed
emblematico al tempo stesso: c’è più sincerità nella
morte di quanto ce ne sia nella vita, sempre più competitiva,
ed in cui chi non dice o pensa menzogne diventa perdente.
Certamente
De Andrè nel libro di Masters trova terreno fertile in
cui fare attecchire le proprie tematiche. Per questo le poesie
dell’Antologia diventano una spinta propulsiva e di
ispirazione di grandissimo valore.
De
Andrè ha manipolato la materia creata da Masters, da bravo
artigiano della parola qual’è stato. Serviva, certamente,
adattare i contesti, che in Masters sono riferiti alla società
piccolo borghese di un paesino-microcosmo americano del 1915.
Le “contestualizzazioni” che De André opera per tradurre
in musica i personaggi di Masters si snodano fra le licenze
poetiche che gli permettono di ampliare ed approfondire (ma
non snaturare) i tempi storici descritti dal poeta americano (è
lui stesso a dire “mi
pareva necessario spiegare queste poesie, e poi c’era la
necessità di farle diventare delle canzoni, vale a dire con
una metrica ben precisa e con un contenuto. In pratica si
tratta di storie, e una storia non deve essere un pretesto per
esprimere un’idea, ma deve essere la storia stessa
a comprendere in sè l’idea). Vi si trovano
inoltre alcune curiose italianizzazioni (cfr. La Treccani per
la Enciclopedia Britannica), e l’utilizzo di un linguaggio
contemporaneo, quasi brutale (sempre FDA:”...
anche il vocabolario al giorno d’oggi è cambiato ed io sono
stato spinto soprattutto dallo sforzo di spiegare il vero
significato di queste poesie). |