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La
scelta che De Andrè opera sugli epitaffi proposti da Masters
hanno come comune denominatore due aspetti che sono più volte
rimarcati e denunciati: L’ Invidia
e la Scienza.

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L’invidia
va intesa come uno degli strumenti del potere, che la
“instaura” come una specie di diversivo, di distrazione
istituzionalizzata, in chi dal potere è controllato e
soggiogato. E l’invidia, in fondo, è solo una delle
propaggini dell’ignoranza, ed è inoltre il sentimento umano
in cui più si rispecchia il clima di competitività, il
tentativo dell’uomo di misurarsi continuamente con gli
altri, di imitare o addirittura di superare (leggi
“prevaricare”) gli altri per arrivare a possedere ciò che
non ha, per arrivare ad essere considerato alla pari, o
addirittura per arrivare al di sopra di coloro che sta
inseguendo disperatamente (il matto che per invidia studia
l’enciclopedia a memoria e finisce in manicomio, il giudice
che per invidia raggiunge abbastanza potere da umiliare chi
l’ha umiliato, il blasfemo che è un esegeta dell’invidia
e per cercarne le origini la va a ricercare in dio, per finire
con il medico che pur essendo nelle condizioni ideali per
essere invidioso, compie un gesto di coraggio e scavalca
l’invidia con l’apertura all’amore).
E
poi la scienza,
intesa come contrasto fra l’aspirazione del ricercatore e la
repressione del sistema. La scienza è un classico prodotto
del progresso, ma purtroppo, ai tempi in cui de Andrè scrisse
questa opera, si trovava, come tuttora, nelle mani di quello
stesso potere che
crea l’invidia e la sfrenata corsa fatta di competitività.
La scienza (che è nelle canzoni ricerca scientifica), si
pone, nella stragrande maggioranza dei casi, l’obiettivo di
aiutare e migliorare la vita, ma che l’ha solo,
eventualmente, facilitata, creando, peraltro, una vita
“agevole” per pochi intimi. Vita “agevole”,
“occidentale”, “tecnologica”, ma gonfia di problemi
esistenziali e disagi sociali, che la scienza stessa non è
ancora riuscita a risolvere. (per rappresentare la scienza: il
medico che ha cercato di curare i malati gratis ma il sistema
non glielo ha permesso, il chimico che per paura rinuncia
all’amore e si rifugia nell’ordine logico della scienza,
morendone, e l’ottico che vorrebbe trasformare la realtà in
luce, come uno spacciatore di stupefacenti).
De
Andrè, nella sua rilettura, esplicita ancora più
marcatamente l’accusa
che Masters ha lasciato intendere nelle sue poesie, ma che
forse non fu del tutto colta dai suoi contemporanei (da non
dimenticare che all’uscita del libro, un nutrito gruppo di
Neo-Umanisti americani lo accusò ferocemente, tacciandolo
come “iniziatore di una nuova scuola di pornografia e di
sordido realismo”. Paradossalmente si concentrarono quindi
sulla scabrosità di certe apparenti scostumatezze, piuttosto
che sulle istanze accusatorie al bigottismo feroce e
dell’oscurantismo di cui viveva vittima quel tipo di società).

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Quello
che per Masters è “il villaggio”, per De Andrè, cantautore scomodo, contestatore,
per certi aspetti una specie di poeta-rivoluzionario (amava
dire che l’artista è
l’anticorpo che la società si crea contro il potere)
diventa un concetto più complicato ed esteso, calzante con la
sua realtà storica: è il “sistema”,
contestato dagli studenti nelle piazze e nelle vie del maggio
francese. È, per volerlo ulteriormente attualizzare,
rendendolo più consono al nostro linguaggio odierno, quello
che, guarda caso, torna ad essere definito “villaggio”,
arricchito da un aggettivo che dà un senso di inquietudine
estesa. Il villaggio
globale, in fondo, è ancora quello che piglia il medico
per fame, che costringe il matto in un manicomio, che
rinchiude ed isola i moderni blasfemi perché non si hanno (e
non si avranno mai) a disposizione leggi per punire le
diversità, ma solo paura ed ignoranza che diventano
coercizione e violenza e rassicurano, nella loro presunta
comunanza di ideali e tradizioni, i “simili” dal diverso.
È
lo stesso villaggio globale che lo splendido Jones ci indica
dall’alto della sua filosofia di vita, quasi a voler
sottolineare che, per non farsi soffocare, per non avere
rimpianti, bisogna, in qualche modo, lasciarsi trasportare
dalla musica, farsi guidare dalle distrazioni. In poche parole
sapersi strumenti in mano alla vita, e dalla vita lasciarsi
suonare, qualunque sia il risultato.
Il
suonatore Jones, infatti, è l’unico che ha voce nel
presente, che sembra ancora vivo. E forse è proprio così: la
musica lo ha messo in salvo dagli ingranaggi del sistema,
rendendolo un segno molto più resistente di un semplice
epitaffio scolpito sul granito. |