Fabrizio De Andre'

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ISPIRAZIONI
Dormono sulla collina
lettura narrativa e opera musicale de "L'Antologia di Spoon River".

Un connubio di Poesia e Musica in questo particolare spettacolo tenuto il 17 maggio del 2003 a Langhirano (Parma) presso il Centro culturale polivalente, organizzato dal gruppo musicale "Anime Salve" insieme ad una Ensemble di lettura, "Lettera Viva".

La scelta che De Andrè opera sugli epitaffi proposti da Masters hanno come comune denominatore due aspetti che sono più volte rimarcati e denunciati: L’ Invidia e la Scienza.


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L’invidia va intesa come uno degli strumenti del potere, che la “instaura” come una specie di diversivo, di distrazione istituzionalizzata, in chi dal potere è controllato e soggiogato. E l’invidia, in fondo, è solo una delle propaggini dell’ignoranza, ed è inoltre il sentimento umano in cui più si rispecchia il clima di competitività, il tentativo dell’uomo di misurarsi continuamente con gli altri, di imitare o addirittura di superare (leggi “prevaricare”) gli altri per arrivare a possedere ciò che non ha, per arrivare ad essere considerato alla pari, o addirittura per arrivare al di sopra di coloro che sta inseguendo disperatamente (il matto che per invidia studia l’enciclopedia a memoria e finisce in manicomio, il giudice che per invidia raggiunge abbastanza potere da umiliare chi l’ha umiliato, il blasfemo che è un esegeta dell’invidia e per cercarne le origini la va a ricercare in dio, per finire con il medico che pur essendo nelle condizioni ideali per essere invidioso, compie un gesto di coraggio e scavalca l’invidia con l’apertura all’amore).

E poi la scienza, intesa come contrasto fra l’aspirazione del ricercatore e la repressione del sistema. La scienza è un classico prodotto del progresso, ma purtroppo, ai tempi in cui de Andrè scrisse questa opera, si trovava, come tuttora, nelle mani di quello stesso potere  che crea l’invidia e la sfrenata corsa fatta di competitività. La scienza (che è nelle canzoni ricerca scientifica), si pone, nella stragrande maggioranza dei casi, l’obiettivo di aiutare e migliorare la vita, ma che l’ha solo, eventualmente, facilitata, creando, peraltro, una vita “agevole” per pochi intimi. Vita “agevole”, “occidentale”, “tecnologica”, ma gonfia di problemi esistenziali e disagi sociali, che la scienza stessa non è ancora riuscita a risolvere. (per rappresentare la scienza: il medico che ha cercato di curare i malati gratis ma il sistema non glielo ha permesso, il chimico che per paura rinuncia all’amore e si rifugia nell’ordine logico della scienza, morendone, e l’ottico che vorrebbe trasformare la realtà in luce, come uno spacciatore di stupefacenti).

De Andrè, nella sua rilettura, esplicita ancora più marcatamente l’accusa che Masters ha lasciato intendere nelle sue poesie, ma che forse non fu del tutto colta dai suoi contemporanei (da non dimenticare che all’uscita del libro, un nutrito gruppo di Neo-Umanisti americani lo accusò ferocemente, tacciandolo come “iniziatore di una nuova scuola di pornografia e di sordido realismo”. Paradossalmente si concentrarono quindi sulla scabrosità di certe apparenti scostumatezze, piuttosto che sulle istanze accusatorie al bigottismo feroce e dell’oscurantismo di cui viveva vittima quel tipo di società).


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Quello che per Masters è “il villaggio”, per De Andrè, cantautore scomodo, contestatore, per certi aspetti una specie di poeta-rivoluzionario (amava dire che l’artista è l’anticorpo che la società si crea contro il potere) diventa un concetto più complicato ed esteso, calzante con la sua realtà storica: è il “sistema”, contestato dagli studenti nelle piazze e nelle vie del maggio francese. È, per volerlo ulteriormente attualizzare, rendendolo più consono al nostro linguaggio odierno, quello che, guarda caso, torna ad essere definito “villaggio”, arricchito da un aggettivo che dà un senso di inquietudine estesa. Il villaggio globale, in fondo, è ancora quello che piglia il medico per fame, che costringe il matto in un manicomio, che rinchiude ed isola i moderni blasfemi perché non si hanno (e non si avranno mai) a disposizione leggi per punire le diversità, ma solo paura ed ignoranza che diventano coercizione e violenza e rassicurano, nella loro presunta comunanza di ideali e tradizioni, i “simili” dal diverso.

È lo stesso villaggio globale che lo splendido Jones ci indica dall’alto della sua filosofia di vita, quasi a voler sottolineare che, per non farsi soffocare, per non avere rimpianti, bisogna, in qualche modo, lasciarsi trasportare dalla musica, farsi guidare dalle distrazioni. In poche parole sapersi strumenti in mano alla vita, e dalla vita lasciarsi suonare, qualunque sia il risultato.

Il suonatore Jones, infatti, è l’unico che ha voce nel presente, che sembra ancora vivo. E forse è proprio così: la musica lo ha messo in salvo dagli ingranaggi del sistema, rendendolo un segno molto più resistente di un semplice epitaffio scolpito sul granito.



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