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RAGIONAMENTI
INTORNO ALLA POESIA |
| La città vecchia |
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Atto
d’amore.
Canzone di personaggi, quasi un racconto, personaggi
nascosti nel buio delle città, nascosti in quel mondo a
parte, in quei villaggi dentro le città, villaggi di
miseria. Uomini e donne costretti dalla vita all’arte
dell’ arrangiarsi, portati dall’istinto della
sopravvivenza verso l’illegalità; puttane, ladri,
assassini e tipi strani.
Una povertà romantica, lontana dalla povertà di
cemento delle nostre metropoli di oggi, dai palazzoni
dove i nostri politici, i nostri sindaci, rilegano i
poveri, nascondendosi dietro parole tipo dignità
dell’individuo, residence, alloggi popolari. O forse
la povertà è la stessa, è cambiata soltanto la
confezione.
Se non sono gigli son pur sempre figli \ vittime di
questo mondo. canta De André, che i diseredati li
conosceva sicuramente bene e non li guardava di certo
con occhio da buon borghese, ed è da qui che nasce
l’istinto di paragonarlo ad un altro grande della
poesia italiana del 900, Pier Paolo Pasolini. L’
intellettuale bolognese, ma romano d’adozione, pagò
con la vita l’amore per i poveracci, per i disperati
veri, quelli che finivano nei suoi romanzi, nei suoi
film, nelle sue poesie.
Pasolini e De André non parlavano di diseredati, loro
vivevano i diseredati, li sentivano, loro due sono stati
i cantori dell’ epopea quotidiana del poveraccio
signor nessuno, non ipocriti, più poetico il cantautore
rispetto allo scrittore che invece risulta essere più
crudo, violento. Spesso ascoltando La città vecchia mi
viene da sorridere per versi come:
Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone
forse quella che sola ti può dare una lezione
quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica
moglie.
Quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue
voglie.
Ed il sorriso è lo stesso, della stessa natura, amaro
forse, che mi spunta quando i personaggi di Ragazzi di
vita incontrano la Roma bene, le ragazze i ragazzi che
mangiano crostini alla sera, le bbone che vanno coi
quattrocchi.
Due animali della stessa razza, il ricco e il povero, ma
divisi dall’ evoluzione.
Il ricco è un cane viziato da appartamento, il povero
un cane bastardo che vaga; neanche l’abbaiare è
uguale, isterico e nervoso quello dei ricchi, disperato
e primordiale quello dei poveri; le cucce dei servi
della gleba sorgono all’ombra delle cucce dei signori,
misere favelas celate all’occhio da imponenti
grattacieli di vetro
Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i
suoi raggi
Comunque il nostro oggi vuole bene ai poveri; masse di
coglioni candidati sindaci, a ridosso delle elezioni,
non fanno altro che parlare ai poveracci, non fanno
altro che entrare nei loro quartieri, nelle loro
strade…si portano dietro la televisione…ma dalla
televisione non passano le bestemmie, non passano i
salari e le pensioni da fame, non passano le aspettative
di futuro di un giovane cresciuto tra i gatti randagi e
le zoccole (non le puttane, i topi).
E sono sempre di meno quelli che cantano per loro,
rispettando la vita e la dignità.
Qualche disperato ha ammazzato Pasolini, è morto
Bukowsky, è morto De Andrè.
E non si può scrivere di poveracci senza conoscerli, o
senza esserlo; mi dispiace per tutti quelli che ci
provano, ma io la penso così. Bukowsky era uno
scrittore sincero in questo; diseredato per anni e anni,
divenuto ricco ha smesso di parlarne iniziando a
scrivere di altro, lasciando soltanto qualche traccia di
ricordi qua e là.
Purtroppo non riesco a scrivere de “La città
vecchia” limitandomi al testo di Fabrizio; i pensieri
mi portano altrove. Mi portano, ad esempio, alla
baraccopoli de “Lo scopone scientifico”, grandissimo
film di Alberto Sordi…ma mi portano anche ai
documentari di rai tre, quelli notturni, sulle favelas
del sud america, dove le puttane spesso sono bambine di
dieci anni e i vecchi professori nostri connazionali
viziosi e malati. La povertà è brutta soprattutto
quando incontra la ricchezza, quando si tocca con il
benessere, quando il cane viziato, per stare bene con
dio- con il mondo – con se stesso, pretende di aiutare
il randagio ; quando decide che il randagio è un essere
da usare-comprare-sfruttare; quando il viziato cerca di
capire le regole che determinano la vita dell’altro
senza uscire dal guscio…
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a cura di Maurizio Perelli
cinqueconfini@tiscali.it
FaberDeAndré.Com
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