Fabrizio De Andre'

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RAGIONAMENTI INTORNO ALLA POESIA
La città vecchia
Atto d’amore.

Canzone di personaggi, quasi un racconto, personaggi nascosti nel buio delle città, nascosti in quel mondo a parte, in quei villaggi dentro le città, villaggi di miseria. Uomini e donne costretti dalla vita all’arte dell’ arrangiarsi, portati dall’istinto della sopravvivenza verso l’illegalità; puttane, ladri, assassini e tipi strani.

Una povertà romantica, lontana dalla povertà di cemento delle nostre metropoli di oggi, dai palazzoni dove i nostri politici, i nostri sindaci, rilegano i poveri, nascondendosi dietro parole tipo dignità dell’individuo, residence, alloggi popolari. O forse la povertà è la stessa, è cambiata soltanto la confezione.

Se non sono gigli son pur sempre figli \ vittime di questo mondo. canta De André, che i diseredati li conosceva sicuramente bene e non li guardava di certo con occhio da buon borghese, ed è da qui che nasce l’istinto di paragonarlo ad un altro grande della poesia italiana del 900, Pier Paolo Pasolini. L’ intellettuale bolognese, ma romano d’adozione, pagò con la vita l’amore per i poveracci, per i disperati veri, quelli che finivano nei suoi romanzi, nei suoi film, nelle sue poesie.

Pasolini e De André non parlavano di diseredati, loro vivevano i diseredati, li sentivano, loro due sono stati i cantori dell’ epopea quotidiana del poveraccio signor nessuno, non ipocriti, più poetico il cantautore rispetto allo scrittore che invece risulta essere più crudo, violento. Spesso ascoltando La città vecchia mi viene da sorridere per versi come:

Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone
forse quella che sola ti può dare una lezione
quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie.
Quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie.


Ed il sorriso è lo stesso, della stessa natura, amaro forse, che mi spunta quando i personaggi di Ragazzi di vita incontrano la Roma bene, le ragazze i ragazzi che mangiano crostini alla sera, le bbone che vanno coi quattrocchi.

Due animali della stessa razza, il ricco e il povero, ma divisi dall’ evoluzione.

Il ricco è un cane viziato da appartamento, il povero un cane bastardo che vaga; neanche l’abbaiare è uguale, isterico e nervoso quello dei ricchi, disperato e primordiale quello dei poveri; le cucce dei servi della gleba sorgono all’ombra delle cucce dei signori, misere favelas celate all’occhio da imponenti grattacieli di vetro 

Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi

Comunque il nostro oggi vuole bene ai poveri; masse di coglioni candidati sindaci, a ridosso delle elezioni, non fanno altro che parlare ai poveracci, non fanno altro che entrare nei loro quartieri, nelle loro strade…si portano dietro la televisione…ma dalla televisione non passano le bestemmie, non passano i salari e le pensioni da fame, non passano le aspettative di futuro di un giovane cresciuto tra i gatti randagi e le zoccole (non le puttane, i topi).

E sono sempre di meno quelli che cantano per loro, rispettando la vita e la dignità.

Qualche disperato ha ammazzato Pasolini, è morto Bukowsky, è morto De Andrè.

E non si può scrivere di poveracci senza conoscerli, o senza esserlo; mi dispiace per tutti quelli che ci provano, ma io la penso così. Bukowsky era uno scrittore sincero in questo; diseredato per anni e anni, divenuto ricco ha smesso di parlarne iniziando a scrivere di altro, lasciando soltanto qualche traccia di ricordi qua e là. 

Purtroppo non riesco a scrivere de “La città vecchia” limitandomi al testo di Fabrizio; i pensieri mi portano altrove. Mi portano, ad esempio, alla baraccopoli de “Lo scopone scientifico”, grandissimo film di Alberto Sordi…ma mi portano anche ai documentari di rai tre, quelli notturni, sulle favelas del sud america, dove le puttane spesso sono bambine di dieci anni e i vecchi professori nostri connazionali viziosi e malati. La povertà è brutta soprattutto quando incontra la ricchezza, quando si tocca con il benessere, quando il cane viziato, per stare bene con dio- con il mondo – con se stesso, pretende di aiutare il randagio ; quando decide che il randagio è un essere da usare-comprare-sfruttare; quando il viziato cerca di capire le regole che determinano la vita dell’altro senza uscire dal guscio…


a cura di Maurizio Perelli

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