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RAGIONAMENTI
INTORNO ALLA POESIA |
| Zirichiltaggia |
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Per De André
la Sardegna non fu la Sardegna del mare e delle spiagge.
La Sardegna fu sofferenza e dolore, fu amore. Un amore
che veniva da lontano, l’amore per la campagna, per i
sogni e per la gente che soffre. Amò il popolo sardo in
maniera esasperata, questo lo sanno tutti. Arrivò al
punto di perdonare perfino i suoi sequestratori, che
l’avevano trascinato via dall’Agnata, insieme
all’amata Dori.
Vivere in Sardegna fu anche imparare il dialetto …
quattro anni di sardegna vuol dire come minimo se uno ci
vive dentro insieme imparare il dialetto …allora mi
sono permesso di scrivere questa roba qua ….
Il ritmo è allegro, la storia è triste. L’ambiente
è quello dei pastori, il tema un’eredità spartita
forse malamente, l’invidia di due fratelli.
La canzone scivola via, quasi come un gioco;
nell’album In Concerto ( quello con la mitica Premiata
Forneria Marconi) è inserita tra due capolavori di
poesia, due dei punti più alti e stracelebrati nella
lunga produzione poetica di Fabrizio De André; Il
Pescatore e La Canzone di Marinella. Ai primi ascolti il
pezzo colpisce per originalità e per la musica
accattivante; se non si è sardi inutile tentare di
capirci qualcosa tra lu trau mannu e il fiddòlu a
cattr’anni aja jà l’ ucchjali.
Leggere il testo in italiano è un po’come leggere la
traduzione di una poesia francese; qualcosa non va,
qualcosa non quadra, il suono delle parole, la musicalità
fatta di accenti e mille u compromessa in nome della
comprensione.
Eppure è importante, perché la canzone è un piccolo
grande capolavoro, una sorta di studio su un mondo che
oggi, in Italia, non esiste più.
Nelle realtà contadine di una volta la spartizione dei
beni del morto era un momento molto particolare; un
giorno mio padre mi raccontò, a tal proposito, di un
episodio abbastanza allucinante cui aveva assistito da
ragazzo. Era morta sua nonna (mi sembra, ma forse era
una zia) e le figlie dovevano dividersi quel po’ di
terraccia cattiva e piena di gramigna e qualche altra
miseria; ebbene, perfino una conca di rame fu motivo di
liti e animate discussioni.
In Zirichiltaggia credo che il padre dei due fratelli
sia passato al regno dei giusti da parecchio tempo,
visto che nel frattempo suo nipote si è trasformato da
servo pastore a bamboccio simil borghese, accusato dallo
zio di portare gli occhiali già dalla tenera età di
quattro anni.
Ma è qualcosa di più profondo a dividere i due uomini.
Qualcosa che si chiama senso di appartenenza;
l’appartenenza alla terra, alla fatica, al mondo degli
umili e dei lavoratori. Un fratello si è arricchito
grazie all’eredità, l’altro è rimasto povero; uno
ha la moglie che vive da signora, l’altro una donna
che munge da mattina a sera.
Uno non avrà mai, per capirci, la camicia bianca, un
segreto in banca, un pranzo di lavoro …. l’altro non
è più nessuno, non è un vero signore e non è neanche
più un pastore, non appartiene a nulla e nulla gli
appartiene, neanche quello che è stato.
Non ha più il coraggio, quel coraggio che, si intuisce,
fu motivo di orgoglio e giochi e sfide da bambini;
quando ancora c’era un’innocenza, sporca di terra e
segnata da una vita difficile, ma comunque innocenza. E
anche quel senso della famiglia, dell’amore, del
rispetto verso il padre, del sacrificio. Tutto perso per
colpa di una collina, di un ruscello e di un campo
coltivato.
Che tristezza, altro che le puttane e le vie del porto!
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a cura di Maurizio Perelli
cinqueconfini@tiscali.it
FaberDeAndré.Com
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