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RAGIONAMENTI
INTORNO ALLA POESIA |
| Un matto |
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Ogni
villaggio ha bisogno del suo matto.
Poco importa se poi sia veramente pazzo o,
semplicemente, più delicato, fragile. Tu prova ad avere
un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le
parole, in effetti per una cosa del genere il
sottoscritto impazzirebbe.
Molti geni sono stati derisi e torturati; vedevo un film
di successo, l’altra sera, basato sulla vera vita di
un moderno luminare della matematica, malato di
schizofrenia.
Le formidabili intuizioni di John Nash sono applicate
oggi all’economia, alla chimica, alla genetica; la sua
Teoria dei Giochi, elaborata nel corso degli anni 50, lo
ha portato, nel 1994, alla conquista del Premio Nobel.
C’è una scena tragica, nel film, una scena che mi ha
straziato; Nash varca la soglia di Princeton con i suoi
fantasmi, con le sue follie, litigando con il nulla e un
giovane, uno studente, scimmiotta la camminata del
luminare, seguendolo come un ombra burattina ed
infedele.
La gente ha bisogno dei matti, perché i matti ci
rendono più sicuri dentro alla nostra nullità.
C’era Dino Campana, uno dei più grandi poeti del
novecento, considerato matto e semplicemente matto da un
uomo che rispondeva al nome di Umberto Saba; Campana morì
in manicomio, questo per la cronaca, e molti critici e
troppe antologie scolastiche ancora lo ignorano.
In ogni villaggio c’è un matto, il mondo lo vuole, lo
reclama a gran voce, un matto su cui sputare veleno, un
matto da compatire, un matto da deridere. Genio e
follia, si dice spesso.
Certo, quando i matti dimostrano qualcosa allora
divengono angelo e diavolo, prima semplicemente matti. Ci
sono tanti matti, nelle nostre città.
Gente che passa le giornate a dar da mangiare ai
piccioni; forse perché i piccioni valgon più delle
persone, perché c’è più logica nel loro volo che
nelle nostre architetture verticali.
La logica vista dove gli altri non vedono assolutamente
nulla; il matto è la cosa più vicina al poeta, al
matematico, al filosofo; il matto vive di intuizioni
mentre gli altri abitanti del villaggio si ostinano a
creare e cercare certezze.
I matti sono quei registi che ti prendono l’Olocausto
e sopra ci costruiscono una favola, e poi prendono una
favola e ti lasciano a bocca aperta perché io Pinocchio
non lo ricordavo mica così tragico, con la luna
gigantesca mentre lui viene impiccato sull’albero.
Genio e follia, si diceva.
Secondo me è una stronzata; in realtà sono tutte
intuizioni, i matti trascorrono le ore rimanendo
distanti dal loro corpo e dagli eventi, mentre noi
bestemmiamo al semaforo il matto parla con un lupo e si
presenta nudo dal Papa. E poi lo chiamarono San
Francesco.
Perché mica solo i villaggi; anche cinema, letteratura
e religione hanno bisogno dei matti.
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a cura di Maurizio Perelli
cinqueconfini@tiscali.it
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