Fabrizio De Andre'

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RECENSIONI
Sally e Coda di Lupo
di Antonio Cesareo
(cesan@libero.it)
SALLY
Credo che questa canzone rappresenti un po' la fine meschina che troppo spesso fanno i sogni e i tentativi di cambiamento. Politicamente si puo' legare al fenomeno delle Brigate rosse e simili, ma non necessariamente. 

"Mia madre mi disse non devi giocare con gli zingari nel bosco"... Disobbedire alla figura materna, cioe' all'ordine costituito, a quei comandamenti scritti proprio da chi puo' permettersi di non rispettarli. Ma l'animo giovane e ancora fertile del protagonista decide di andare lo stesso perche' "il bosco era scuro e l'erba gia' verde", cioe' praticamente perche' la sua natura lo spinge ad andare e basta, senza ragione (avete mai visto boschi chiari ed erba blu?). Troppo forte il richiamo ad un incontro proibito: arriva Sally col suo tamburello, donna o bambina non conta, comunque utopia solo sognata ed adesso reale. "Dite a mia madre che non tornero'." Dite, voi generico, rivolto ad una societa' ben attraccata a terra con piedi e mani ed incapace di sognare.

"Andai verso il mare...spesi cento lire per un pesciolino cieco...sparii in un baleno". Quindi l'obiettivo della fuga diventa il mare immenso, il bosco non basta piu', "andate a dire a Sally che non tornero'", dopo la madre, adesso e' la donna che ti aveva accolto all'ingresso del bosco che viene abbandonata, lasciata per intraprendere una nuova avventura, un nuovo viaggio, a cavallo di un pesciolino cieco, cioe' senza sicurezze ma nel rischio piu' completo e totale, solo per tentare di arrivare, o la va o la spacca per dirla come i detti popolari. Povera Sally, originaria meta finale del peregrinare, dell' agire, infatti il titolo del brano si riferisce a lei, che pure e' un personaggio marginale.

Entrano poi in scena Pilar del mare e Pilar dei meli, che dubito siano la stessa persona, o idea o cosa. La citta', luogo dove Pilar (UN TOSSICODIPENDENTE) o chi per lei si "addormenta il cuore con due gocce d'eroina", quindi viaggio artificiale che spesso porta alla morte come unica via di fuga fra le mura di una citta', al contrario di pilar dei meli, idea selvaggia e zingara che si trova nell'eterno viaggiare (vicino alle roulottes), niente droga ma una bocca sporca di mirtilli, frutti selvatici, ed un coltello che la uccide, forse per rabbia, forse per negarle la liberta'. E che l'assassino sia il protagonista? "Mi guardai nello stagno, l'assassino si era gia' lavato"...nello stagno si riflette la propria immagine, magari capita di essere colpevoli senza rendersene conto, presi irrefrenabilmente da una cultura di negazione della liberta' che credevamo lontana da noi e che invece ci ha assorbito completamente. Dite a mia madre che non tornero', il viaggio mi ha provato, ho fallito, sono stanco, la voglia di giocare libero nel bosco mi ha portato ad uccidere, la voglia di cercare onestamente la liberta' mi ha portato ad usare mezzi che credevo fossero le armi solo di chi combattevo.

Ho fallito, sono stanco e povero, resta l'ultima e amara soluzione: i bassifondi, il pappone re dei topi che vive fra puttane e gomme che bruciano, il commercio della persona umana come atto estremo di umiliazione dell'uomo. E un bracciale come un marchio, un marchio che ti segna e segna la fine del tuo viaggio verso i sogni, lasciandoti ancora piu' avvilito di quando dovevi partire. Chissa', forse dovevi dar retta alla madre....

Ma il bosco e' ancora scuro e l'erba ancora verde, e Sally e' sempre li, col suo tamburello.

>> il testo della canzone

CODA DI LUPO
Coda di Lupo è, insieme a La domenica delle salme, la sola canzone di Fabrizio ad avere un respiro, per così dire, storico. Mentre la domenica delle salme si "limita" a scattare una fotografia impietosa di quegli anni di "merda" che culminano nella caduta del muro di Berlino; inchiodando quell'avvenimento in una "fissità" che sortisce l'effetto di lasciarci sgomenti. I pochi riferimenti al passato di alcuni dei protagonisti non inficiano l'inferno di un eterno presente. Diversamente accade per "Coda di Lupo"! Qualche anno dopo, la storia di un impiegato, Fabrizio torna a parlare di politica. Tenta un bilancio e, per farlo, parte da lontano. Prova a tracciare una storia dell'antagonismo, usando un artificio: muove dagli indiani d'america e dal loro impatto colla civiltà occidentale per arrivare agli "indiani metropolitani" e al movimento del '77, che chiude il decennio cominciato nel 1968.

De André ci parla, in questa canzone scritta nel 1978, dell'ultimo vero conflitto che ha segnato la società italiana: quello fra l'estrema sinistra e il più grande partito comunista d'Europa, incapace nella sua totale cecità di sfruttare la vittoria elettorale del 1975, impegnato com'era a fare professione di moralismo e di austerità!

Il dio degli inglesi "sono" i valori della borghesia che vengono usati per far presa sull'animo di una classe che esce fuori dalla resistenza e dalla liberazione! Questi ultimi impersonati dal nonno.

Il dio perdente è lo spauracchio agitato, negli anni cinquanta, contro i primi sprazzi di ribellione giovanile, che assumono anche iconnotati tipici delle bande giovanile e dei "teddy boys"! L'alternativa? Un impiego da ragioniere!

Il dio goloso è quello capace di eliminare, fagocitandoli, i partigiani che non avevano smesso di credere che la liberazione avrebbe dovuto portare a ben altri risultati!

Il dio della scala ci parla della prima contestazione che, in Italia, ebbe l'eco della stampa. Ci parla delle uova marce scagliate contro gli invitati alla prima della scala, in un'Italia già e ancora divisa in due. Ci parla della prima "violenza" collettiva fatta e subita da parte di una generazione che si affacciava, allora, alla storia.

Il dio a lieto fine, che manca, è quello che ad un decennio di lotte e di contestazione risponde con il numero chiuso nelle università, incapace di recepire le istanze che scaturivano dalla società di allora. La strada viene, in qualche modo tracciata!

Ed arriviamo a generale capelli corti (Luciano Lama) che incarna l'ideologia più becera fondata sui valori assurdi del lavoro (il dio fatti il culo) che davanti al più imponente movimento che anima l'Italia del dopo guerra non trova niente di meglio da fare che attuare la sua squallida provocazione alla sapienza di Roma (il Little Big Horn). E' la più grande vittoria del movimento, ma anche l'inizio della sconfitta!

L'ultima strofa ci parla della lotta senza sbocco alcuno, la lotta armata da una parte e i sommovimenti culturali dall'altra(i teatri di posa dove scaricare la propria rabbia, quasi una sorta di feroce autocritica!). E la loro tragica separazione (ne riparlerà ne la domenica delle salme a proposito dei cantautori e delle loro voci potenti per il "vaffanculo"). La risposta individuale ai problemi della sopravvivenza (la pesca con le bombe a mano), gli atti di eroismo inutili da parte di chi continuava a lottare nelle piazze e nelle fabbriche. Rimangono solo pochi disperati, sparuti, che hanno perso la memoria e sparano anche a chi, tutto sommato, non meriterebbe una tale sorte! Il cerchio si chiude: la risposta che rimane ai loro falsi dei è un povero dio senza fiato e senza speranza che si gloria di questo suo tragico modo d'essere!

>> il testo della canzone


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