SALLY
Credo che questa canzone rappresenti un po' la fine meschina
che troppo spesso fanno i sogni e i tentativi di cambiamento.
Politicamente si puo' legare al fenomeno delle Brigate rosse e
simili, ma non necessariamente.
"Mia madre mi disse non devi giocare con gli zingari nel
bosco"... Disobbedire alla figura materna, cioe'
all'ordine costituito, a quei comandamenti scritti proprio da
chi puo' permettersi di non rispettarli. Ma l'animo giovane e
ancora fertile del protagonista decide di andare lo stesso
perche' "il bosco era scuro e l'erba gia' verde",
cioe' praticamente perche' la sua natura lo spinge ad andare e
basta, senza ragione (avete mai visto boschi chiari ed erba
blu?). Troppo forte il richiamo ad un incontro proibito:
arriva Sally col suo tamburello, donna o bambina non conta,
comunque utopia solo sognata ed adesso reale. "Dite a mia
madre che non tornero'." Dite, voi generico, rivolto ad
una societa' ben attraccata a terra con piedi e mani ed
incapace di sognare.
"Andai verso il mare...spesi cento lire per un pesciolino
cieco...sparii in un baleno". Quindi l'obiettivo della
fuga diventa il mare immenso, il bosco non basta piu',
"andate a dire a Sally che non tornero'", dopo la
madre, adesso e' la donna che ti aveva accolto all'ingresso
del bosco che viene abbandonata, lasciata per intraprendere
una nuova avventura, un nuovo viaggio, a cavallo di un
pesciolino cieco, cioe' senza sicurezze ma nel rischio piu'
completo e totale, solo per tentare di arrivare, o la va o la
spacca per dirla come i detti popolari. Povera Sally,
originaria meta finale del peregrinare, dell' agire, infatti
il titolo del brano si riferisce a lei, che pure e' un
personaggio marginale.
Entrano poi in scena Pilar del mare e Pilar dei meli, che
dubito siano la stessa persona, o idea o cosa. La citta',
luogo dove Pilar (UN TOSSICODIPENDENTE) o chi per lei si
"addormenta il cuore con due gocce d'eroina", quindi
viaggio artificiale che spesso porta alla morte come unica via
di fuga fra le mura di una citta', al contrario di pilar dei
meli, idea selvaggia e zingara che si trova nell'eterno
viaggiare (vicino alle roulottes), niente droga ma una bocca
sporca di mirtilli, frutti selvatici, ed un coltello che la
uccide, forse per rabbia, forse per negarle la liberta'. E che
l'assassino sia il protagonista? "Mi guardai nello
stagno, l'assassino si era gia' lavato"...nello stagno si
riflette la propria immagine, magari capita di essere
colpevoli senza rendersene conto, presi irrefrenabilmente da
una cultura di negazione della liberta' che credevamo lontana
da noi e che invece ci ha assorbito completamente. Dite a mia
madre che non tornero', il viaggio mi ha provato, ho fallito,
sono stanco, la voglia di giocare libero nel bosco mi ha
portato ad uccidere, la voglia di cercare onestamente la
liberta' mi ha portato ad usare mezzi che credevo fossero le
armi solo di chi combattevo.
Ho fallito, sono stanco e povero, resta l'ultima e amara
soluzione: i bassifondi, il pappone re dei topi che vive fra
puttane e gomme che bruciano, il commercio della persona umana
come atto estremo di umiliazione dell'uomo. E un bracciale
come un marchio, un marchio che ti segna e segna la fine del
tuo viaggio verso i sogni, lasciandoti ancora piu' avvilito di
quando dovevi partire. Chissa', forse dovevi dar retta alla
madre....
Ma il bosco e' ancora scuro e l'erba ancora verde, e Sally
e' sempre li, col suo tamburello.
>>
il
testo della canzone
CODA DI LUPO
Coda
di Lupo è, insieme a La domenica delle salme,
la sola canzone di Fabrizio ad avere un respiro, per così
dire, storico. Mentre la domenica delle salme si
"limita" a scattare una fotografia impietosa di
quegli anni di "merda" che culminano nella
caduta del muro di Berlino; inchiodando quell'avvenimento in
una "fissità" che sortisce l'effetto di lasciarci
sgomenti. I pochi riferimenti al passato di alcuni dei
protagonisti non inficiano l'inferno di un eterno presente.
Diversamente accade per "Coda
di Lupo"! Qualche anno dopo, la storia di un
impiegato, Fabrizio torna a parlare di politica. Tenta un
bilancio e, per farlo, parte da lontano. Prova a tracciare una
storia dell'antagonismo, usando un artificio: muove dagli
indiani d'america e dal loro impatto colla civiltà
occidentale per arrivare agli "indiani
metropolitani" e al movimento del '77, che chiude il
decennio cominciato nel 1968.
De André ci parla, in questa canzone scritta nel 1978,
dell'ultimo vero conflitto che ha segnato la società
italiana: quello fra l'estrema sinistra e il più grande
partito comunista d'Europa, incapace nella sua totale cecità
di sfruttare la vittoria elettorale del 1975, impegnato
com'era a fare professione di moralismo e di austerità!
Il dio degli inglesi "sono" i valori della borghesia
che vengono usati per far presa sull'animo di una classe che
esce fuori dalla resistenza e dalla liberazione! Questi ultimi
impersonati dal nonno.
Il dio perdente
è lo spauracchio agitato, negli anni cinquanta, contro i
primi sprazzi di ribellione giovanile, che assumono anche
iconnotati tipici delle bande giovanile e dei "teddy
boys"! L'alternativa? Un impiego da ragioniere!
Il dio goloso è quello capace di eliminare, fagocitandoli, i
partigiani che non avevano smesso di credere che la
liberazione avrebbe dovuto portare a ben altri risultati!
Il dio della scala ci parla della prima contestazione che, in
Italia, ebbe l'eco della stampa. Ci parla delle uova marce
scagliate contro gli invitati alla prima della scala, in
un'Italia già e ancora divisa in due. Ci parla della prima
"violenza" collettiva fatta e subita da parte di una
generazione che si affacciava, allora, alla storia.
Il dio a lieto fine, che manca, è quello che ad un decennio
di lotte e di contestazione risponde con il numero chiuso
nelle università, incapace di recepire le istanze che
scaturivano dalla società di allora. La strada viene, in
qualche modo tracciata!
Ed arriviamo a generale capelli corti (Luciano Lama) che
incarna l'ideologia più becera fondata sui valori assurdi del
lavoro (il dio fatti il culo) che davanti al più imponente
movimento che anima l'Italia del dopo guerra non trova niente
di meglio da fare che attuare la sua squallida provocazione
alla sapienza di Roma (il Little Big Horn). E' la più grande
vittoria del movimento, ma anche l'inizio della sconfitta!
L'ultima strofa
ci parla della lotta senza sbocco alcuno, la lotta armata da
una parte e i sommovimenti culturali dall'altra(i teatri di
posa dove scaricare la propria rabbia, quasi una sorta di
feroce autocritica!). E la loro tragica separazione (ne
riparlerà ne la domenica delle salme a proposito dei
cantautori e delle loro voci potenti per il
"vaffanculo"). La risposta individuale ai problemi
della sopravvivenza (la pesca con le bombe a mano), gli atti
di eroismo inutili da parte di chi continuava a lottare nelle
piazze e nelle fabbriche. Rimangono solo pochi disperati,
sparuti, che hanno perso la memoria e sparano anche a chi,
tutto sommato, non meriterebbe una tale sorte! Il cerchio si
chiude: la risposta che rimane ai loro falsi dei è un povero
dio senza fiato e senza speranza che si gloria di questo suo
tragico modo d'essere!
>>
il
testo della canzone |