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RECENSIONI |
Dolcenera
di
Antonio Cesareo
(cesan@libero.it) |
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DOLCENERA
Dolcenera
è il quarto brano di un disco dedicato interamente al
concetto di solitudine, facendone un grande elogio fino a
trasformarsi per certi aspetti in un grande discorso sulla
libertà.
Da qui un concept-album che
trova in Anime salve il suo brano-manifesto e in Smisurata
preghiera un riassunto di sette esempi di solitudine e/o
emarginazione raccontanti poco prima.
Ecco, Dolcenera è il terzo esempio. Siamo, per successiva
ammissione degli autori, nella Genova del 1972 devastata da un
violentissimo alluvione come "non si vedeva da una vita
intera". Solo i primi sedici versi servono al poeta per
catapultare il lettore dentro un'atmosfera apocalittica ed
eccezionale dove il fiume di acqua e fango che invade la
città vien personificato come Dolcenera, secondo un carattere
tendenzialmente animista di De André.
Che Dolcenera
sia eccezionale lo si intuisce dal suo picchiare
"forte", dal suo buttar "giù le porte",
oltre che dai versi del coro che sembrano degli al lupo, al
lupo e che specificano come non siamo di fronte ad "acqua
che fa sbadigliare", piuttosto Dolcenera ricorda più
verosimilmente una colata lavica "che ammazza e passa
oltre". E nel suo procedere totalmente delirante per le
vie della città, Dolcenera porta in dote a chi incontra tutta
la sua negatività e jettatura congenita ("nera di
malasorte", "nera di falde amare", "nera
come la sfortuna").
Ci sono così tutti i numeri per considerare Dolcenera, questa
fiumana d'acqua dolce e nera, un tiranno vero e proprio.
E in questa Genova traviata dalla pioggia torrenziale,
emergono tra i vv. 17 e 21 i volti di due innamorati. Lei è
addirittura un'adultera ("moglie di Anselmo").
L'innamorato è consapevole di vivere un amore, per quanto
appagante, con una donna sposata, ma ciò gli crea un senso di
colpa che alimenta delle sue paranoie e che lo porta a vedere
in quella Dolcenera "arrivata da un'ora", un
qualcosa di sovrannaturale o, se preferite, divino, volto a
isolarlo ("è venuta per me") dalla moglie di
Anselmo riparando all'ordine naturale delle cose.
La paranoia di sentirsi tutto contro diviene timore e,
contemporaneamente, desiderio di isolarsi da colei che si ama:
"la moglie di Anselmo" non "deve sapere"
di Dolcenera, affinché lei non abbia a che spaventarsi e
voglia chiuedere la relazione, ma nel subconscio vi è il
forte desiderio che l'alluvione possa allontanarlo da lei
affinché lei si riavvicini a quella che è la sua leggittima
relazione. Ma "l'amore ha l'amore come solo
argomento", e la voglia di amare ed essere corrisposti fa
sì che nell'innamorato si alimenti il desiderio che nulla si
frapponga fra lui e la sua dolce metà ("il tumulto del
cielo ha sbagliato momento").
Quest'ultimo desiderio, a conti fatti, è lo stesso movente
che fa di Dolcenera un qualcosa che travolge la qualunque
senza distinzioni e con foga rabbiosa. Insomma, quest'acqua
improvvisa ("che non si aspetta"), maledetta
("altro che benedetta"), "che spacca il monte
che affonda terra e ponte", e
che fa salire anche il mare annullandone la salsedine
("sale senza sale"), vive in ognuna di queste azioni
la sua passione, quella di voler scorrere liberamente e poco
importa se nel suo cammino qualche casa o qualche persona
vuole impedirne il cammino: lo travolgerà, lo annullerà
senza pentimenti, come ogni tiranno che si rispetti fa
nell'abuso del suo potere.
Parallelamente al sogno folle e paranoico dell'innamorato, la
moglie di Anselmo sogna il mare agitato e pur essendo
impegnata in una lotta che "si fa scivolosa e
profonda", anche lei sembra aver perso il contatto con la
realtà circostante o, perlomeno, alterna lucidità e follia.
Finalmente quest'acqua buona per essere fotografata, per
magari un giorno cercar di capire (come sempre avviene) se si
poteva evitare ("per cercare i complici da
maledire"), si ritira facendo cessare ogni battaglia per
la sopravvivenza ("si risveglia la vita/che si prende per
mano/a battaglia finita").
L'acqua "che ha fatto
sera" scorre piccolissima, a vederla ora sembra
impossibile scorgerne la "Dolcenera senza cuore" di
un attimo prima. Malgrado ciò, l'ansia di perdersi procurata
da Dolcenera ai due innamorati, gli ha regalato la certezza di
essere legati da un sentimento speciale, peccato che non
potranno più viverlo, dato che la moglie di Anselmo è
rimasta in un tram isolata involontariamente ("tram
scollegato da ogni distanza"). Un amore "dal mancato
finale", un amore "splendido e vero", per
l'intensità dei sentimenti provati, ma è un amore vissuto
con ansia, paranoia, senso di colpa, egoismo tirannico, tutti
elementi che mal si conciliano col concetto di amore che, di
fatto, dovrebbe renderci anime migliori, superiori, più forti
e più lucide. Per amore dell'altro in questa storia si perde
la lucidità di capire oggettivamente che cosa sia
quell'acquazzone in quel momento.
Dapprima viene avvertita come una minaccia, ma rivestito di
significati metafisici, quindi viene totalmente annullata, in
virtù di una sottovalutazione che alla fine sarà fatale. La
conclusione è che la solitudine la si può anche subire
involontariamente, se non, addirittura, desiderarla. Ma fu
bell'amore? Apparentemente sì, "così è se vi
pare", direbbe Pirandello; un amore "da potervi
ingannare", canta Faber.
>> il
testo della canzone |
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