Fabrizio De Andre'

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RECENSIONI
Ho visto Nina volare
di Antonio Cesareo
(cesan@libero.it)
HO VISTO NINA VOLARE
Mastica e sputa. I maestri mi dicevano che fare. Ne ho avuti di veri, di improbabili, di sedicenti. Qualcuno mi ha parlato lungo sere indimenticabili, seduti in faccia al mare, con la schiena al muro del convento. L'avevo cercato, mi ha donato un dubbio, un sorriso, la conversazione schietta di chi ti accompagna per un tratto di strada e poi ti guarda da lontano, con occhi rispettosi e amore vigile. Qualcun altro, non richiesto, ha sbagliato il tempo, il luogo, le parole. Non lo avevo cercato, non mi sarei mai fidato, non mi sono fidato. Più che darmi il suo tempo, si è preso il mio, senza assenso. Gente consumata nel farsi dar retta, che non ha mai masticato né sputato, se non sentenze. Però anche quelli ti segnano il cuore.

Intanto, vedevo Nina volare. Mio padre non ha saputo. Mia madre neppure. Chi li indovina i pensieri di un figlio? E Nina fra le corde dell'altalena era, è stata le mille ragazze, le mille donne che hanno attraversato il silenzio dolente del mio desiderio. La loro bellezza faceva da ipostasi al sogno dell'altrove, o del "se tu fossi qui", che è lo stesso. Ho visto Nina volare nei corridoi di un liceo, in una notte di ferragosto in montagna, su una spiaggia di mare lontano; l'ho vista in qualche estate di città tedesca; nei pomeriggi del sabato lombardo fra vetrine e porfido, nelle domeniche mattina fuori da messa.

Mastica e sputa. Anche il lavoro è masticare e sputare. Rigorosa disciplina dei giorni. Io per mestiere racconto. Al mattino. Pomeriggio e sera per trovare cosa raccontare, e come. Leggere. Ascoltare. Scrivere. Correggere. L'anima di un insegnante è questo, è un luogo di passaggio. L'insegnante riceve, mastica, ripropone. Racconta quel che sa e che va imparando. Ma sa poco, e impara soprattutto mentre insegna. Non siate severi nel giudicarlo, vive del suo povero talento, vive di grammatica e poeti perché ama la grammatica e i poeti: in fondo, l'una consente di parlare e scrivere, gli altri di capire, gioire e soffrire senza sentirsi soli.

Intanto, Nina volava. Mi ha insegnato che le donne, quelle vere, amano; gli uomini forse no: anche quelli migliori, più spesso desiderano o rimpiangono. Da Penelope in poi, la letteratura conosce grandi amori femminili; quelli maschili sono più spesso in absentia, perché non c'era Beatrice, non Laura, non Silvia. Nina, invece, alla fine l'ho avuta, è scesa dall'altalena, ha assunto la concretezza delle persone che ti respirano accanto, ti ascoltano e ti accarezzano i capelli. Mi ha dimostrato che talvolta la malinconia degli amori ricambiati è ben più profonda di quelli respinti, ma senza Nina non avrei mosso un passo, non avrei compiuto nulla, nemmeno questo confuso, contraddittorio, irrisolto percorso.

Mastica e sputa. Nelle pause, l'incanto del cinema, l'umanità del teatro, la fervida passione plebea della tribuna di provincia, amore di campanile, freddi pomeriggi in attesa di un goal. Della mia città, che non abito, non mi resta che quello, il legame con la squadra di calcio. Il resto è di case vissute ora da chissà chi: dove stavano i vecchi della mia famiglia, ora c' è un ufficio, uno studio, un cognome astruso. Così, se torno, l'unico luogo che non mi chiede un Requiem e in cui posso illudermi di trovare
qualcuno ad attendermi, è il vecchio stadio comunale.

Ma Nina volerà sempre. In qualsiasi amore, se vissuto o vagheggiato non importa. La sua canzone di confine sarà ogni volta come un inno all'ardua bellezza della vita. Il miele che ci hai dato, ha scritto un poeta parlando a Dio o a chi per lui, era in cima ad una spada. Verissimo. Per fortuna, ho visto Nina volare.

>> il testo della canzone


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