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La domenica
delle salme, è il punto cardine intorno al quale gira il
disco Le nuvole. Per questo risulta di notevole importanza la
particolare analisi di questo e per far si che ciò avvenga
nel migliore dei modi, visti i numerosissimi precisi
riferimenti politici a persone, o fatti dell’epoca, riporto
l’intero testo. Il brano è estremamente intenso e l’accompagnamento
musicale è cucito sul testo, cosa che rende più aspro il
tono. Solitamente per De Andrè era il contrario e ciò si
nota anche dal fatto che spessissimo i temi musicali dei suoi
brani erano tratti dai repertori di altri musicisti. Questa
variazione in De Andrè avviene in pochissimi altri casi:
Amico fragile, Giugno ’73, Recitativo, che sono tutto
sommato canzoni di denuncia e di grande spessore stilistico -
testuale (La cosa accade anche per il brano S’io fossi foco,
ma li risulta ovvio visto che il testo è letteralmente quello
del poeta trecentesco Cecco Angiolieri). Ho aperto questa
parentesi per porre l’accento sull’importanza che questo
brano ha per tutta la produzione del cantautore genovese.
Spesso, infatti, queste canzoni venivano scritte di getto, in
momenti difficili per l’autore. (Vd. Amico fragile).
Il brano comincia
subito con un riferimento che, se fosse stato scritto tre anni
dopo, avrebbe avuto tutt’altro peso. Si parla, infatti,
nella prima strofa di un certo "poeta della Baggina"
che fugge da un qualcosa. La Baggina non è altro che la casa
di riposo Pio Albergo Trivulzio, gestita dal socialista Mario
Chiesa che fu arrestato per brogli fiscali. Da li partirono le
prime indagini dell’operazione "Mani pulite" da
cui scoppiò uno dei più grandi scandali dell’Europa
moderna: Tangentopoli, nel quale vennero coinvolti numerosi
uomini politici di spicco come il socialista Bettino Craxi e
il Democristiano Giulio Andreotti che fu addirittura accusato
di associazione mafiosa. De Andrè aveva però scritto questo
testo alcuni anni prima che tutto ciò venisse a galla ed è
perciò impensabile che il cantautore si riferisse proprio a
questi fatti. Ed in effetti il riferimento era ad un anziano
ricoverato in quella casa di riposo, morto in circostanze
misteriose. Resta il fatto che la visione di quella prima
strofa è catastrofica e se si pensa che proprio a Trento, nel
1968, era cominciata la contestazione studentesca allora
questa prima strofa diventa il quadro di un Italia marcia,
piena di problemi nascosti sotto uno splendido tappeto di
lucenti diamanti.
La seconda strofa
è interamente dedicata alla Germania dell’Est. Si apre con
i polacchi, emigrati in Italia come lava-vetri ("inginocchiati
ai semafori" v. 14) . In effetti questa categoria è
stata sempre vittima dell’emarginazione, un’ emarginazione
che spesso provocava l’odio dei neofascisti e neonazisti ("la
scimmia del quarto reich" v. 21 che è il simbolo di
quei movimenti politici che stavano nascendo in quegli anni).
Ma il riferimento più forte in questa strofa è senza dubbio
alla caduta del "Muro di Berlino", simbolo di pace e
di unità ma anche della caduta di un’ideale, quello
comunista. Questo aveva provocato in Italia una forte
destabilizzazione politica: l’Italia era infatti il paese
del blocco occidentale col Partito Comunista più forte.
Inoltre con la caduta del muro di Berlino terminò anche la
Guerra Fredda, il confronto che aveva visto protagonisti l’Unione
Sovietica e gli Stati Uniti. Ciò aveva fatto sì che l’Italia
accettasse una condizione di particolare tutela degli Stati
Uniti. Rimanevano così particolarmente indeboliti quei
partiti italiani che si servivano della Guerra Fredda per
consolidare il proprio potere. Ed ecco che allora viene
ricostruita la piramide di Cheope, simbolo del ritorno all’antico
e quindi del vecchio regime.
Un chiaro
riassunto della società benestante - benpensante del
dopo-sessantotto è quello dei v. 36-37, le regine del
"tua culpa" che affollano i parrucchieri. Senza
dubbio De Andrè si riferiva a quella maggioranza di
benpensanti che trascorreva interi pomeriggi nei bar, dai
parrucchieri e perché no anche nelle proprie case, a
discutere sui colpevoli dei dissapori e degli orrori che c’erano
stati negli anni ’70. La
terza strofa non è altro che una panoramica sulla politica
italiana degli anni ’70, con riferimenti precisi ai fatti
più eclatanti. La prima parte di essa ( v. 38-46) è un
preciso riferimento a Renato Curcio, capo delle Brigate Rosse,
mandante del sequestro Moro ma non autore materiale dell’atto.
Curcio viene
immaginato in carcere, con l’imminente bisogno dell’amputazione
della gamba.
"Il
riferimento a Curcio è preciso. Io dicevo semplicemente che
non si capiva come mai si vedevano per le nostre strade e per
le nostre piazze, Piazza Fontana compresa, delle persone che
avevano sulla schiena assassinii plurimi e, appunto, come mai
il signor Renato Curcio, che non ha mai ammazzato nessuno, era
in galera da più lustri e nessuno si occupava di tirarlo
fuori. Direi solamente per il fatto che non si era pentito,
non si era dissociato, non aveva usufruito di quella nuova
legge che, certamente, non fa parte del mio mondo morale...Il
riferimento poi all’amputazione della gamba, voleva essere
un richiamo alla condizione sanitaria delle nostre
carceri". (Doriano Fasoli, Fabrizio De Andrè.
Passaggi di tempo cit, pp. 68-69).
Credo non ci sia
nulla meglio delle parole di Fabrizio per spiegare questa
parte di brano ma voglio comunque fare una notazione: De
Andrè era Anarchico e perciò favorevole a certi movimenti
politici estremi, volti all’indebolimento del sistema
statale, di conseguenza, per quanto fosse possibile, sosteneva
anche le Brigate Rosse. Visto il notevole discredito che
questo gruppo ha subito negli anni ’80 soprattutto ad opera
della DC, che ha fatto credere al popolo profano che fosse
quasi un gruppo terroristico, spietato e senza scrupoli, mi
sembra doveroso ricordare che le idee che inizialmente
spingevano i brigatisti a questi atti erano la libertà, l’uguaglianza
e la giustizia. Le prime manifestazioni erano infatti
pacifiste e solo dopo il fallimento dei moti rivoluzionari del
’68 cominciarono ad usare la violenza. Il caso del delitto
Moro però è molto particolare: i brigatisti, in cambio della
vita di questo, avevano chiesto la liberazione di un certo
numero di detenuti. Visto però il dissenso da parte della
Democrazia Cristiana, allora al governo dello stato, la
richiesta dei brigatisti si era ridotta ad un solo detenuto,
chiunque esso fosse stato. In effetti essi non volevano
uccidere Moro ma dare un esempio allo stato della propria
superiorità ma l’ennesimo rifiuto del governo portò al suo
assassinio.
Il "Baffi di
sego", nominato al v. 40, è il protagonista di una
satira di Giuseppe Giusti.
Nei v. 47-54 c’è
il riferimento ad un certo "Ministro dei temporali".
Da questi versi si può dedurre che egli sia una grossa figura
politica del tempo, visto ciò che dice: "Voglio
vivere in una città dove all’ora dell’aperitivo non ci
siano spargimenti di sangue, o di detersivo". Con
molta probabilità De Andrè si riferiva al Generale Carlo
Alberto Dalla Chiesa, discusso protagonista della politica
italiana degli anni ’80. Era infatti stato il comandante
dell’operazione attuata per la liberazione di Moro e fu
proprio lui a trovare il cadavere del magistrato e a ritrovare
le lettere scritte proprio da Moro, le quali riflettevano
tutto il suo malcontento nei confronti di quei suoi amici
politici che non facevano nulla per liberarlo. Il generale
però incarnava anche la maggioranza degli italiani che erano
ormai stufi delle continue lotte e manifestazioni politiche,
degli assassinii e degli enormi spargimenti di sangue e per
far sì che ciò terminasse erano disposti a nascondere tutto
sotto il tappeto e dare la colpa ai meno potenti, agli
scomodi, a quelli che avrebbero fatto tutto per i loro ideali:
gli studenti.
Nei vv. 55-58 De
Andrè nomina "il suo illustre cugino De Andrade" e
si riferisce allo scrittore brasiliano José Oswald de Sousa
Andrade, più comunemente conosciuto come Oswald De Andrade.
Il motivo per cui De Andrè lo elegge come suo cugino ideale
è da ricercare nell’ideologia politica che li accomunava:
entrambi infatti erano di spirito anarchico. De Andrè nelle
note al testo scrive: si veda "Serafino Ponte
Grande" di Oswald De Andrade. Questo è il capolavoro
dello scrittore brasiliano e racconta la storia di Serafino,
un uomo di sinistra che incarna il mito dell'eroe
latinoamericano che rema costantemente controcorrente cercando
di rompere le catene del conformismo e dell'ipocrisia borghese
a colpi di ironia e sarcasmo; ma il suo sogno si infrange
tragicamente, costringendo l'eroe all'emarginazione e
all'amarezza. In una parola, Serafino Ponte Grande viaggia
"in direzione ostinata e contraria"; e, forse, da
questo punto di vista "La domenica delle salme" di
De Andrè, con le precise citazioni da Oswald de Andrade e dal
suo principale romanzo, si prefigura anche come una sorta di
"anticipazione" di "Smisurata Preghiera".
Il defunto ideale
del v. 62 è l’anarchia, o anche il comunismo.
Al v.65 c’è
una citazione da Lorenzo de’ Medici, più precisamente dal
Canto di Bacco:
Quant’è bella
giovinezza,
che si fugge tuttavia.
Chi vuol’esser lieto, sia.
Del doman non c’è certezza.
Il riferimenti a
questi versi, chiaramente evocati, ha lo scopo di evocare lo
spirito dei rivoluzionari sessantottini. Essi infatti sono un
invito a vivere attimo per attimo, senza rinunciare a niente,
visto che del domani non ne abbiamo la certezza. La
strofa successiva (vv. 67-81) è interamente dedicata ai
cantautori cosiddetti impegnati tra i quali De André
inserisce se stesso.
Gli ultimi
viandanti
si ritirarono nelle catacombe,
accesero la televisione e ci guardarono cantare
per una mezz’oretta,
poi ci mandarono a cagare.
L’uso della
particella pronominale CI, include anche De Andrè che sta
parlando in prima persona.
Gli ultimi
viandanti sono i superstiti dei movimenti rivoluzionari degli
anni settanta , che ancora credono all’Utopia, di cui nel
frattempo si sta celebrando il funerale.
"Voi che
avete cantato sui trampoli e in ginocchio,
coi pianoforti a tracolla
vestiti da Pinocchio,
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralismi
per l’Amazzonia, per la pecunia,
nei palastilisti
e dai padri Maristi."
I longobardi sono
gli appartenenti al movimento della Lega Nord, allora neonato,
i centralismi sono i
partiti moderati, come la DC, l’Amazzonia si riferisce agli
ambientalisti, i palastilisti sono un riferimento alla ricca
borghesia mentre i Padri Maristi si riferiscono appunto alla
chiesa e quindi al Papa. La
vibrante protesta dell’ultimo verso la si può sentire all’interno
del brano e non è altro che uno stridulo verso di cicala,
segno che ovviamente in Italia, dopo la pace terrificante, a
protestare sono rimaste solo loro.
>>
il
testo della canzone |