Interpretazione e Spiegazione delle canzoni
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RECENSIONI
La domenica delle salme
di Mattia Di Meo
(kimi89_na@yahoo.it)

La domenica delle salme, è il punto cardine intorno al quale gira il disco Le nuvole. Per questo risulta di notevole importanza la particolare analisi di questo e per far si che ciò avvenga nel migliore dei modi, visti i numerosissimi precisi riferimenti politici a persone, o fatti dell’epoca, riporto l’intero testo. Il brano è estremamente intenso e l’accompagnamento musicale è cucito sul testo, cosa che rende più aspro il tono. Solitamente per De Andrè era il contrario e ciò si nota anche dal fatto che spessissimo i temi musicali dei suoi brani erano tratti dai repertori di altri musicisti. Questa variazione in De Andrè avviene in pochissimi altri casi: Amico fragile, Giugno ’73, Recitativo, che sono tutto sommato canzoni di denuncia e di grande spessore stilistico - testuale (La cosa accade anche per il brano S’io fossi foco, ma li risulta ovvio visto che il testo è letteralmente quello del poeta trecentesco Cecco Angiolieri). Ho aperto questa parentesi per porre l’accento sull’importanza che questo brano ha per tutta la produzione del cantautore genovese. Spesso, infatti, queste canzoni venivano scritte di getto, in momenti difficili per l’autore. (Vd. Amico fragile).

Il brano comincia subito con un riferimento che, se fosse stato scritto tre anni dopo, avrebbe avuto tutt’altro peso. Si parla, infatti, nella prima strofa di un certo "poeta della Baggina" che fugge da un qualcosa. La Baggina non è altro che la casa di riposo Pio Albergo Trivulzio, gestita dal socialista Mario Chiesa che fu arrestato per brogli fiscali. Da li partirono le prime indagini dell’operazione "Mani pulite" da cui scoppiò uno dei più grandi scandali dell’Europa moderna: Tangentopoli, nel quale vennero coinvolti numerosi uomini politici di spicco come il socialista Bettino Craxi e il Democristiano Giulio Andreotti che fu addirittura accusato di associazione mafiosa. De Andrè aveva però scritto questo testo alcuni anni prima che tutto ciò venisse a galla ed è perciò impensabile che il cantautore si riferisse proprio a questi fatti. Ed in effetti il riferimento era ad un anziano ricoverato in quella casa di riposo, morto in circostanze misteriose. Resta il fatto che la visione di quella prima strofa è catastrofica e se si pensa che proprio a Trento, nel 1968, era cominciata la contestazione studentesca allora questa prima strofa diventa il quadro di un Italia marcia, piena di problemi nascosti sotto uno splendido tappeto di lucenti diamanti.

La seconda strofa è interamente dedicata alla Germania dell’Est. Si apre con i polacchi, emigrati in Italia come lava-vetri ("inginocchiati ai semafori" v. 14) . In effetti questa categoria è stata sempre vittima dell’emarginazione, un’ emarginazione che spesso provocava l’odio dei neofascisti e neonazisti ("la scimmia del quarto reich" v. 21 che è il simbolo di quei movimenti politici che stavano nascendo in quegli anni). Ma il riferimento più forte in questa strofa è senza dubbio alla caduta del "Muro di Berlino", simbolo di pace e di unità ma anche della caduta di un’ideale, quello comunista. Questo aveva provocato in Italia una forte destabilizzazione politica: l’Italia era infatti il paese del blocco occidentale col Partito Comunista più forte. Inoltre con la caduta del muro di Berlino terminò anche la Guerra Fredda, il confronto che aveva visto protagonisti l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti. Ciò aveva fatto sì che l’Italia accettasse una condizione di particolare tutela degli Stati Uniti. Rimanevano così particolarmente indeboliti quei partiti italiani che si servivano della Guerra Fredda per consolidare il proprio potere. Ed ecco che allora viene ricostruita la piramide di Cheope, simbolo del ritorno all’antico e quindi del vecchio regime.

Un chiaro riassunto della società benestante - benpensante del dopo-sessantotto è quello dei v. 36-37, le regine del "tua culpa" che affollano i parrucchieri. Senza dubbio De Andrè si riferiva a quella maggioranza di benpensanti che trascorreva interi pomeriggi nei bar, dai parrucchieri e perché no anche nelle proprie case, a discutere sui colpevoli dei dissapori e degli orrori che c’erano stati negli anni ’70. La terza strofa non è altro che una panoramica sulla politica italiana degli anni ’70, con riferimenti precisi ai fatti più eclatanti. La prima parte di essa ( v. 38-46) è un preciso riferimento a Renato Curcio, capo delle Brigate Rosse, mandante del sequestro Moro ma non autore materiale dell’atto.

Curcio viene immaginato in carcere, con l’imminente bisogno dell’amputazione della gamba.

"Il riferimento a Curcio è preciso. Io dicevo semplicemente che non si capiva come mai si vedevano per le nostre strade e per le nostre piazze, Piazza Fontana compresa, delle persone che avevano sulla schiena assassinii plurimi e, appunto, come mai il signor Renato Curcio, che non ha mai ammazzato nessuno, era in galera da più lustri e nessuno si occupava di tirarlo fuori. Direi solamente per il fatto che non si era pentito, non si era dissociato, non aveva usufruito di quella nuova legge che, certamente, non fa parte del mio mondo morale...Il riferimento poi all’amputazione della gamba, voleva essere un richiamo alla condizione sanitaria delle nostre carceri". (Doriano Fasoli, Fabrizio De Andrè. Passaggi di tempo cit, pp. 68-69).

Credo non ci sia nulla meglio delle parole di Fabrizio per spiegare questa parte di brano ma voglio comunque fare una notazione: De Andrè era Anarchico e perciò favorevole a certi movimenti politici estremi, volti all’indebolimento del sistema statale, di conseguenza, per quanto fosse possibile, sosteneva anche le Brigate Rosse. Visto il notevole discredito che questo gruppo ha subito negli anni ’80 soprattutto ad opera della DC, che ha fatto credere al popolo profano che fosse quasi un gruppo terroristico, spietato e senza scrupoli, mi sembra doveroso ricordare che le idee che inizialmente spingevano i brigatisti a questi atti erano la libertà, l’uguaglianza e la giustizia. Le prime manifestazioni erano infatti pacifiste e solo dopo il fallimento dei moti rivoluzionari del ’68 cominciarono ad usare la violenza. Il caso del delitto Moro però è molto particolare: i brigatisti, in cambio della vita di questo, avevano chiesto la liberazione di un certo numero di detenuti. Visto però il dissenso da parte della Democrazia Cristiana, allora al governo dello stato, la richiesta dei brigatisti si era ridotta ad un solo detenuto, chiunque esso fosse stato. In effetti essi non volevano uccidere Moro ma dare un esempio allo stato della propria superiorità ma l’ennesimo rifiuto del governo portò al suo assassinio.

Il "Baffi di sego", nominato al v. 40, è il protagonista di una satira di Giuseppe Giusti.

Nei v. 47-54 c’è il riferimento ad un certo "Ministro dei temporali". Da questi versi si può dedurre che egli sia una grossa figura politica del tempo, visto ciò che dice: "Voglio vivere in una città dove all’ora dell’aperitivo non ci siano spargimenti di sangue, o di detersivo". Con molta probabilità De Andrè si riferiva al Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, discusso protagonista della politica italiana degli anni ’80. Era infatti stato il comandante dell’operazione attuata per la liberazione di Moro e fu proprio lui a trovare il cadavere del magistrato e a ritrovare le lettere scritte proprio da Moro, le quali riflettevano tutto il suo malcontento nei confronti di quei suoi amici politici che non facevano nulla per liberarlo. Il generale però incarnava anche la maggioranza degli italiani che erano ormai stufi delle continue lotte e manifestazioni politiche, degli assassinii e degli enormi spargimenti di sangue e per far sì che ciò terminasse erano disposti a nascondere tutto sotto il tappeto e dare la colpa ai meno potenti, agli scomodi, a quelli che avrebbero fatto tutto per i loro ideali: gli studenti.

Nei vv. 55-58 De Andrè nomina "il suo illustre cugino De Andrade" e si riferisce allo scrittore brasiliano José Oswald de Sousa Andrade, più comunemente conosciuto come Oswald De Andrade. Il motivo per cui De Andrè lo elegge come suo cugino ideale è da ricercare nell’ideologia politica che li accomunava: entrambi infatti erano di spirito anarchico. De Andrè nelle note al testo scrive: si veda "Serafino Ponte Grande" di Oswald De Andrade. Questo è il capolavoro dello scrittore brasiliano e racconta la storia di Serafino, un uomo di sinistra che incarna il mito dell'eroe latinoamericano che rema costantemente controcorrente cercando di rompere le catene del conformismo e dell'ipocrisia borghese a colpi di ironia e sarcasmo; ma il suo sogno si infrange tragicamente, costringendo l'eroe all'emarginazione e all'amarezza. In una parola, Serafino Ponte Grande viaggia "in direzione ostinata e contraria"; e, forse, da questo punto di vista "La domenica delle salme" di De Andrè, con le precise citazioni da Oswald de Andrade e dal suo principale romanzo, si prefigura anche come una sorta di "anticipazione" di "Smisurata Preghiera".

Il defunto ideale del v. 62 è l’anarchia, o anche il comunismo.

Al v.65 c’è una citazione da Lorenzo de’ Medici, più precisamente dal Canto di Bacco:

Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia.
Chi vuol’esser lieto, sia.
Del doman non c’è certezza.

Il riferimenti a questi versi, chiaramente evocati, ha lo scopo di evocare lo spirito dei rivoluzionari sessantottini. Essi infatti sono un invito a vivere attimo per attimo, senza rinunciare a niente, visto che del domani non ne abbiamo la certezza. La strofa successiva (vv. 67-81) è interamente dedicata ai cantautori cosiddetti impegnati tra i quali De André inserisce se stesso.

Gli ultimi viandanti
si ritirarono nelle catacombe,
accesero la televisione e ci guardarono cantare
per una mezz’oretta,
poi ci mandarono a cagare.

L’uso della particella pronominale CI, include anche De Andrè che sta parlando in prima persona.

Gli ultimi viandanti sono i superstiti dei movimenti rivoluzionari degli anni settanta , che ancora credono all’Utopia, di cui nel frattempo si sta celebrando il funerale.

"Voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio,
coi pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio,
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralismi
per l’Amazzonia, per la pecunia,
nei palastilisti
e dai padri Maristi."

I longobardi sono gli appartenenti al movimento della Lega Nord, allora neonato, i centralismi sono i partiti moderati, come la DC, l’Amazzonia si riferisce agli ambientalisti, i palastilisti sono un riferimento alla ricca borghesia mentre i Padri Maristi si riferiscono appunto alla chiesa e quindi al Papa. La vibrante protesta dell’ultimo verso la si può sentire all’interno del brano e non è altro che uno stridulo verso di cicala, segno che ovviamente in Italia, dopo la pace terrificante, a protestare sono rimaste solo loro.

>> il testo della canzone


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