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RECENSIONI |
Il
gorilla
di
Michele Panariello
(michelepanariello@tele2.it) |
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Attenti al
gorilla! Riflessione filosofica sulla pena di morte
La riflessione scaturisce ascoltando una canzone di Fabrizio De Andrè del 1968 e contenuta nel LP Volume 3:
"Il gorilla". Il testo è un'ironica invettiva contro ogni forma di prevaricazione del potere e in effetti un piccolo accertamento filologico conferma questa sensazione: trattasi di una traduzione, leggermente adattata, de
"Le gorille" (1952) di George Brassens, il famoso canzoniere-ribelle francese che tanto ha influenzato la scrittura del nostro cantautore e con il quale ha condiviso, pur senza mai incontrarlo, tendenze e idee.
L'assioma fondante parte dal presupposto ineluttabile secondo il quale la vita è fatta di eventualità dovute alla nostra natura umana; per cui, come spesso accade, l'uomo misero si trova a dover fronteggiare quelle conseguenze tutte causate dalla sua fallibilità.
L'errore umano è, nella fattispecie, fattore scatenante di un disastro annunciato: una gabbia distrattamente lasciata aperta, un gorilla in crisi d'astinenza che, approfittando dell'attimo di libertà, scappa e si avventa addosso a due poveri e inermi passanti: una vecchietta e un giovane giudice con la toga. Lo sviluppo della narrazione, svolta con caustico sarcasmo, prosegue mettendo in risalto che l'animale, visto che è tale e per cui non brilla certo né per lo spirito né per il gusto, sdegnata la vecchietta, si dirige tosto sul togato facendolo oggetto delle sue animalesche attenzioni sessuali.
L'epilogo è scontato: il giudice si appellerà a tutte le corti e a tutte leggi del mondo della giurisprudenza: anni di studio e di onorata carriera, clientele e privilegi di casta non serviranno ad evitare la condanna. Neppure la mamma, alla quale disperato griderà come ultimo e inappellabile grado di giustizia lo salverà: lo stupro si consumerà inesorabile.
Il gorilla, dunque, appare come paradigma ineludibile della nostra natura ferina che, secondo la legge del caso, prima o poi si rivela in tutta la sua virulenza e senza che nessuno, giudice, magistrato, professore, politico, giudizio popolare, giornalista militante, scrittore possa fermare. Non si può fermare, proprio come non si può ragionevolmente condannare un animale perché è tale; agisce secondo il proprio istinto e a nulla servirebbe il patibolo, a meno che non si voglia ricorrere ad una vendetta sociale ma priva di funzionalità ai fini di una risoluzione definitiva e che risulterebbe dunque solo strumentale ( oramai a cosa servirebbe abbattere l'animale quando il culo togato è compromesso per sempre? E poi, in natura, di gorilla ce ne sono ancora tanti e tutti più o meno arrabbiatati e/o arrapati.
E' rilevante il fatto che, nel testo della canzone, e non a caso, è proprio quel giudice che fino al giorno prima si era divertito ad applicare acriticamente il codice legislativo, finendo per condannare severamente chiunque alla pena capitale, che finisce a sua volta condannato e questa volta senza appello.
La canzone è esemplare nella scelta stilistica e lessicale, nella metrica adottata e anche la traduzione gli rende il dovuto tributo. Ma continuiamo la nostra riflessione sulla pena di morte.
La giustizia umana è troppo spesso miope e priva di analisi critica: una giustizia frettolosa che si preoccupa semplicemente di applicare un codice scritto sfociando così nel giudizio aprioristico. Una giustizia, dunque, che spesso non è la legge ma è ad essa sottoposta e che fa della vendetta sociale il proprio istinto primigenio; che colpisce banalmente il delinquente nella sua manifestazione contingente ( nel suo ente) ma che trascura bellamente il suo essere come umano: proprio quella parte che invece si potrebbe inclinare alla socialità attraverso il recupero.
Ma quantomeno, nella peggiore delle ipotesi, chi può avere fiducia in una giustizia che fa della morte il proprio baluardo di difesa e non lascia alla società risposta alcuna sulla bontà e sulla capacità di amministrazione e sulla perequazione del diritto; che uccide anch'essa perché incapace di educare?, che elimina uomini ma eludendo invece i veri problemi di fondo che spesso si rivelano essere problemi relativi al malessere sociale e poche, pochissime volte di natura individuale. Sarebbe stato un banale errore punire il gorilla
"infoiato" e tralasciare l'incuria del suo guardiano.
Così troppo spesso, tribunali di numerose nazioni del mondo (anche quelle cosiddette del Primo Mondo), dimenticando che esiste il carcere a vita, la rieducazione, il recupero sostenibile, tutti rimedi rivolti all'essere umano in tutta la sua manifestazione spirituale; finiscono per abbattere uomini tralasciando, a ben vedere, i veri colpevoli e assicurando così non la certezza ma l'incertezza della pena, in quanto proiettano su un singolo individuo le nefandezze di un collettivo malato.
In ultima analisi, proprio perché non è necessario un esperto di diritto penale per realizzare che, a parità di reato, la pena cambia in base alle circostanze ( chi dovrebbe scontare di più per spaccio di droga: un disoccupato di Scampia o un dandy di Piazza San Babila che guadagna duecentomila euro all'anno?), all'età, al quadro psicologico, eccetera, auspico una determinazione del diritto non più basata sulla eliminazione del corpo ma che miri invece alla cura dello spirito in tutte le sue manifestazioni.
E per tutti quelli, invece che abusano del loro potere : ATTENTI AL GORILLA!!! O prima, o dopo, anche a voi principini perbenisti della legalità vendico-semiotica, capiterà senz'altro di incontrarlo e allora saranno dolori.
>>
il
testo della canzone |
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