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RECENSIONI |
Rimini
di
Paolo Mansanti
(paolomansanti@libero.it) |
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| Rimini
è una poesia di rimandi, di metafore, di parallelismi
metrici e simbolismi. L’ambientazione vernacolare è
dunque nella Rimini Felliniana, facilmente
rintracciabile, su consiglio dello stesso autore, ne
“I vitelloni” e “Amarcord” Non vi è nessuna
descrizione dell’ambiente, ma solo della ragazza,
proponendo dunque una sorta di descrizione
storico-metafisica (come Teresa è figlia di droghieri e
pirati anche Rimini la è stata, come Teresa ha le
labbra screpolate, sintomo di dolore secco, crudo, anche
Rimini è vernacolare, malinconica; e così via…).
E’ in questo contesto felliniano che avviene, in un
ricercato disordine cronologico alquanto metastorico,
l’incontro/scontro tra Colombo, scopritore delle
Americhe, e Teresa, come Rimini, figlia di droghieri e
pirati. Il fatto che sia Colombo a chiamare Teresa e non
viceversa, dimostra una risurrezione autonoma e
necessaria delle epoche passate, e se non fisica, per lo
meno spirituale (o addirittura metafisica, dal momento
che è Teresa a “togliergli le manette ai
polsi/rimboccargli le lenzuola”, insomma liberarlo,
farlo parlare, farlo resuscitare). Il racconto di
Colombo è storia, dimostrato in chiave però
decisamente politica: Colombo non ha creato o scoperto
l’America, ma l’ha abortita. L’azione di abortire
è dunque creare e distruggere allo stesso tempo, ed è
quello che Colombo ha fatto: casualmente, ha scoperto
l’America, credendo fosse l’India, ma l’ha anche
distrutta, o ne ha involontariamente scritto la
distruzione, avvenuta da parte di “un triste re
cattolico”, reo di aver “macellato su una croce di
legno” il nuovo continente, di aver dunque imposto con
la Chiesa la schiavitù fisica e morale di questi paesi,
aggravatasi poi col passare del tempo (si noti
l’efficacia del verbo “macellato”, simbolo di
distruzione carnale, di dolore sanguinante, ma anche di
sottomissione alle atrocità del potere, in questo caso
politico-religioso). L’errore di Colombo, dunque, non
è volontario o virtuoso, ma puramente casuale, “di
saggezza”. A ciò va aggiunto un secondo errore,
ovvero quello di aver guardato con dolcezza il
continente appena scoperto, per poi capire di averlo
abortito, dunque storicamente distrutto, e di non aver
(potuto) fare niente per salvarlo (prima dell’avvento
dei paesi occidentali, le civiltà dell’America del
Sud chiamate “Indios” erano forse le più ricche da
un punto di vista storico-culturale). Come quello di
Colombo, il racconto di Teresa è storia; una storia
della quotidianità, dai risvolti drammatici. In primo
piano è la scoperta della sessualità da parte di
Teresa, dell’erotismo, del rapporto carnale. Anche lei
commette un errore involontario e dunque nuovamente
“di saggezza” , ovvero quello di abortire (dunque
creare e distruggere) il suo figlio, il feto, frutto
della sua sessualità: scoperta, e dunque creata, per
poi essere sfruttata e disillusa, dunque distrutta. Ma
la sessualità di Teresa è dunque paragonabile
all’America: anche lei macellata, persa. Già nella
prima strofa s accennava a un amore perso (a Rimini) ma
non proprio a Rimini, ma più propriamente nella Storia:
“bruciato dalla Santa Inquisizione, o nel porto di New
York, o nella caccia alle streghe”… proprio come
l’America e la sua Storia, la civiltà “Indios”
maciullata dalla Storia stessa. La sessualità di Teresa
è dunque l’America, è l’America è la sessualità
di Teresa. Si rappresentano a vicenda. Più
propriamente, Teresa è l’America, “l’amore
perso” altro non rappresenta che il continente creato
e distrutto, dunque “abortito” da Colombo,
“bruciato in piazza dalla Santa Inquisizione, forse
perduto a Cuba nella rivoluzione”… è dunque
l’Occidentalismo, “la caccia alle streghe”
politica, il potere, la Soria propriamente detta ad
essere colpevole di ingiustizie storiche, epiche,
disfattiste. E il grido delle vittime quasi carnali
(ovvero Colombo e Teresa, l’uno simbolo dell’altro e
viceversa) è quello di “non regalare terre promesse/a
chi non le mantiene” un invito dunque
all’anticolonialismo, una ribellione al distruttivo e
macellante colonialismo. Un grido però quasi muto,
represso (“ma nessuno le crede”)
>>
il
testo della canzone |
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