Fabrizio De Andre'

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RECENSIONI
Rimini
di Paolo Mansanti
(paolomansanti@libero.it)
Rimini è una poesia di rimandi, di metafore, di parallelismi metrici e simbolismi. L’ambientazione vernacolare è dunque nella Rimini Felliniana, facilmente rintracciabile, su consiglio dello stesso autore, ne “I vitelloni” e “Amarcord” Non vi è nessuna descrizione dell’ambiente, ma solo della ragazza, proponendo dunque una sorta di descrizione storico-metafisica (come Teresa è figlia di droghieri e pirati anche Rimini la è stata, come Teresa ha le labbra screpolate, sintomo di dolore secco, crudo, anche Rimini è vernacolare, malinconica; e così via…). E’ in questo contesto felliniano che avviene, in un ricercato disordine cronologico alquanto metastorico, l’incontro/scontro tra Colombo, scopritore delle Americhe, e Teresa, come Rimini, figlia di droghieri e pirati. Il fatto che sia Colombo a chiamare Teresa e non viceversa, dimostra una risurrezione autonoma e necessaria delle epoche passate, e se non fisica, per lo meno spirituale (o addirittura metafisica, dal momento che è Teresa a “togliergli le manette ai polsi/rimboccargli le lenzuola”, insomma liberarlo, farlo parlare, farlo resuscitare). Il racconto di Colombo è storia, dimostrato in chiave però decisamente politica: Colombo non ha creato o scoperto l’America, ma l’ha abortita. L’azione di abortire è dunque creare e distruggere allo stesso tempo, ed è quello che Colombo ha fatto: casualmente, ha scoperto l’America, credendo fosse l’India, ma l’ha anche distrutta, o ne ha involontariamente scritto la distruzione, avvenuta da parte di “un triste re cattolico”, reo di aver “macellato su una croce di legno” il nuovo continente, di aver dunque imposto con la Chiesa la schiavitù fisica e morale di questi paesi, aggravatasi poi col passare del tempo (si noti l’efficacia del verbo “macellato”, simbolo di distruzione carnale, di dolore sanguinante, ma anche di sottomissione alle atrocità del potere, in questo caso politico-religioso). L’errore di Colombo, dunque, non è volontario o virtuoso, ma puramente casuale, “di saggezza”. A ciò va aggiunto un secondo errore, ovvero quello di aver guardato con dolcezza il continente appena scoperto, per poi capire di averlo abortito, dunque storicamente distrutto, e di non aver (potuto) fare niente per salvarlo (prima dell’avvento dei paesi occidentali, le civiltà dell’America del Sud chiamate “Indios” erano forse le più ricche da un punto di vista storico-culturale). Come quello di Colombo, il racconto di Teresa è storia; una storia della quotidianità, dai risvolti drammatici. In primo piano è la scoperta della sessualità da parte di Teresa, dell’erotismo, del rapporto carnale. Anche lei commette un errore involontario e dunque nuovamente “di saggezza” , ovvero quello di abortire (dunque creare e distruggere) il suo figlio, il feto, frutto della sua sessualità: scoperta, e dunque creata, per poi essere sfruttata e disillusa, dunque distrutta. Ma la sessualità di Teresa è dunque paragonabile all’America: anche lei macellata, persa. Già nella prima strofa s accennava a un amore perso (a Rimini) ma non proprio a Rimini, ma più propriamente nella Storia: “bruciato dalla Santa Inquisizione, o nel porto di New York, o nella caccia alle streghe”… proprio come l’America e la sua Storia, la civiltà “Indios” maciullata dalla Storia stessa. La sessualità di Teresa è dunque l’America, è l’America è la sessualità di Teresa. Si rappresentano a vicenda. Più propriamente, Teresa è l’America, “l’amore perso” altro non rappresenta che il continente creato e distrutto, dunque “abortito” da Colombo, “bruciato in piazza dalla Santa Inquisizione, forse perduto a Cuba nella rivoluzione”… è dunque l’Occidentalismo, “la caccia alle streghe” politica, il potere, la Soria propriamente detta ad essere colpevole di ingiustizie storiche, epiche, disfattiste. E il grido delle vittime quasi carnali (ovvero Colombo e Teresa, l’uno simbolo dell’altro e viceversa) è quello di “non regalare terre promesse/a chi non le mantiene” un invito dunque all’anticolonialismo, una ribellione al distruttivo e macellante colonialismo. Un grido però quasi muto, represso (“ma nessuno le crede”)

>> il testo della canzone


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