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RECENSIONI |
Lunfardia
di
Paolo Mansanti
(paolomansanti@libero.it) |
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| Fin
dalla descrizione iniziale della protagonista si nota
uno sdoppiamento netto di personalità (sottolineato
anche dalla ferrea divisione metrica dei versi:
"vive il giorno [.]/e di notte[.]/là la chiamano
Signora/qui puttana [.]): la protagonista in questione
è una donna, di nazionalità argentina (San Telmo e la
Boca), la quale vive un'esistenza sdoppiata da un punto
di vista erotico, ma non solo: di giorno sopravvive a
San Telmo, ove è ancora considerata signora, mentre di
notte batte alla Boca (quartiere degradato di Buenos
Aires) ove è pubblicamente chiamata "puttana"
(si noti la partecipazione deandreiana nei confronti del
quartiere degradato della Bocca improntato con
l'aggettivo "qui", quasi a far intuire, oltre
a una forte attenzione per l'emarginazione, anche il
punto di vista della narrazione stessa: un ubriaco,
forse, o un bandito del quartiere). La nazionalità è
specificata nuovamente dai suoi movimenti, delineati dal
tango (melodia zigana tipicamente argentina); e dopo
tale delineazione viene approfondita la sua drammaticità
interna, poco esplicitata e insopprimibile: "nella
testa ha un chiodo da piegare". La metafora,
tremendamente efficace ed iperrealista, esprime un
dolore per l'appunto interno, psicologico oltre che
fisico e materiale, ma anche duro, crudo, diretto,
insopprimibile (il sacrificio fisico utilizzato per
piegare un chiodo esprime alla perfezione la sua fatica
d'esistenza e il suo dolore ferreo) E ancora, per
esprimere una degradazione e desolazione anche fisica e
corporea, ella viene descritta nell'atto di camminare
"dondolando le tette" (immagine di rara
efficacia drammatica oltre che realistica).
Giunti
qua, la poesia cambia tono: non vengono più descritti
in terza persona gli atti della protagonista, ma il
narratore si rivolge (in tono visibilmente provocatorio)
all'ascoltatore, delineando la sensazione di forte
attrazione nei suoi confronti e giustificando anche il
suo oltraggio (presa di posizione, questa, fortemente
deandreiana, la quale sottolinea per l'ennesima volta la
necessità di perdono a tale catarsi di disperazione):
"cosa faresti tu", chiede l'ipotetico ubriaco,
"di questo vento che le sale dalle gambe fino a
perdere il cuore": in questo caso è il vento a
perdere il cuore nell'afflato erotico ad attraversarle
l'eros e il corpo e ad esserne tremendamente attratti
anche dalla maledizione ("questi occhi neri che/si
sposano così bene/con lei e con la notte/"). La
strofa seguente ripete ciò detto in precedenza, ma
aggiungendovi toni macabri e diretti ("con la
lingua che sa di tabacco/aprono in fretta le sue
labbra/"). Ma se tale descrizione può sembrare di
un iperrealismo troppo ricercato, ancor più cruda
(seppur descritta in toni metaforici) è la successiva,
ovvero la descrizione della sua vita di prostituta e
dell'atto erotico del quale sopravvive. "Per ogni
brina che cade" (ovvero ogni giorno, o ogni ora, o
ogni minuto, in ogni caso con una certa regolarità)
ella "una rosa aperta coltiva": la rosa aperta
altro non è che il suo eros venduto (si noti la
raffinata poeticità del verbo "coltiva" e
l'uso magistrale dell'aggettivo "una": la
mancanza di identità del suo eros e la mercificazione
della sua stessa fica è resa alla perfezione anche
dell'elisione del consuetudinale "la sua" -
"una", fra l'altro, sottolinea anche la
desolante uguaglianza degli amori a pagamento, la loro
rapidità di inizio e conclusione, la loro facile
dimenticanza); ella, dunque, vende il suo eros ad un
cliente "fino a quando le sputano polvere
d'oro": di nuovo, la metaforicità deandreiana
descrive in toni magistralmente poetici l'atto
iperrealista dell'eiaculazione, la cui sostanza approda
di nuovo nel suo eros, questa volta descritto in toni
duri e diretti ("che nel profondo centro/del suo
desiderio crudele approda/", degni di una ricerca
leopardiana di centralità e profondità d'immagine).
Dopo aver di nuovo ripetuto la provocazione, il
narratore passa a descrivere ermeticamente il suo
passato, e a svelare (si noti come fabula e intreccio
non coincidano) l'arcano mistero che l'ha condannata
alla prostituzione, ovverosia l'abbandono da parte del
suo uomo e la conseguente perdita di dignità morale e
abbandono erotico (da sottolineare la rara intensità,
con la quale si esprime la sua ricaduta e la
disperazione erotica paragonando la caduta della sua
fica - e dunque del suo eros - alla caduta di una tazza:
ciò simboleggia un abisso netto, un qualcosa di rotto,
di paurosamente, appunto, caduto a terra e di
irreversibile, di non ritrovabile nè correggibile, ma
allo stesso tempo di tremendamente ipperrealista - se si
pensa all'inusualità di utilizzare la tazza come
paragone erotico-drammatico e all'iperrealismo stesso
dell'oggeto tazza- e al contempo di così
efficacemente drammatico, poetico). L'ultima strofa,
dunque, oltre a rappresentare una nuova descrizione
della sua esistenza derelitta, attua l'epilogo
dell'impianto narrativo, donandoci un'altra perla di
poesia deandriana: il buio della notte inteso come
"accecante" porta a immaginare qualcosa di
immensamente drammatico e al quale non si può che
soccombere, come la disperazione che carratterizza
l'esistenza della protagonista).
Lunfardia
è una
canzone firmata Fabrizio De André e Roberto Ferri,
incisa da Adriano Celentano nell'album del 2004
"C'è sempre un motivo". E' scritta nel
dialetto del quartiere della Boca, a Buenos Aires
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