Fabrizio De Andre'

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RECENSIONI
Lunfardia
di Paolo Mansanti
(paolomansanti@libero.it)
Fin dalla descrizione iniziale della protagonista si nota uno sdoppiamento netto di personalità (sottolineato anche dalla ferrea divisione metrica dei versi: "vive il giorno [.]/e di notte[.]/là la chiamano Signora/qui puttana [.]): la protagonista in questione è una donna, di nazionalità argentina (San Telmo e la Boca), la quale vive un'esistenza sdoppiata da un punto di vista erotico, ma non solo: di giorno sopravvive a San Telmo, ove è ancora considerata signora, mentre di notte batte alla Boca (quartiere degradato di Buenos Aires) ove è pubblicamente chiamata "puttana" (si noti la partecipazione deandreiana nei confronti del quartiere degradato della Bocca improntato con l'aggettivo "qui", quasi a far intuire, oltre a una forte attenzione per l'emarginazione, anche il punto di vista della narrazione stessa: un ubriaco, forse, o un bandito del quartiere). La nazionalità è specificata nuovamente dai suoi movimenti, delineati dal tango (melodia zigana tipicamente argentina); e dopo tale delineazione viene approfondita la sua drammaticità interna, poco esplicitata e insopprimibile: "nella testa ha un chiodo da piegare". La metafora, tremendamente efficace ed iperrealista, esprime un dolore per l'appunto interno, psicologico oltre che fisico e materiale, ma anche duro, crudo, diretto, insopprimibile (il sacrificio fisico utilizzato per piegare un chiodo esprime alla perfezione la sua fatica d'esistenza e il suo dolore ferreo) E ancora, per esprimere una degradazione e desolazione anche fisica e corporea, ella viene descritta nell'atto di camminare "dondolando le tette" (immagine di rara efficacia drammatica oltre che realistica).

Giunti qua, la poesia cambia tono: non vengono più descritti in terza persona gli atti della protagonista, ma il narratore si rivolge (in tono visibilmente provocatorio) all'ascoltatore, delineando la sensazione di forte attrazione nei suoi confronti e giustificando anche il suo oltraggio (presa di posizione, questa, fortemente deandreiana, la quale sottolinea per l'ennesima volta la necessità di perdono a tale catarsi di disperazione): "cosa faresti tu", chiede l'ipotetico ubriaco, "di questo vento che le sale dalle gambe fino a perdere il cuore": in questo caso è il vento a perdere il cuore nell'afflato erotico ad attraversarle l'eros e il corpo e ad esserne tremendamente attratti anche dalla maledizione ("questi occhi neri che/si sposano così bene/con lei e con la notte/"). La strofa seguente ripete ciò detto in precedenza, ma aggiungendovi toni macabri e diretti ("con la lingua che sa di tabacco/aprono in fretta le sue labbra/"). Ma se tale descrizione può sembrare di un iperrealismo troppo ricercato, ancor più cruda (seppur descritta in toni metaforici) è la successiva, ovvero la descrizione della sua vita di prostituta e dell'atto erotico del quale sopravvive. "Per ogni brina che cade" (ovvero ogni giorno, o ogni ora, o ogni minuto, in ogni caso con una certa regolarità) ella "una rosa aperta coltiva": la rosa aperta altro non è che il suo eros venduto (si noti la raffinata poeticità del verbo "coltiva" e l'uso magistrale dell'aggettivo "una": la mancanza di identità del suo eros e la mercificazione della sua stessa fica è resa alla perfezione anche dell'elisione del consuetudinale "la sua" - "una", fra l'altro, sottolinea anche la desolante uguaglianza degli amori a pagamento, la loro rapidità di inizio e conclusione, la loro facile dimenticanza); ella, dunque, vende il suo eros ad un cliente "fino a quando le sputano polvere d'oro": di nuovo, la metaforicità deandreiana descrive in toni magistralmente poetici l'atto iperrealista dell'eiaculazione, la cui sostanza approda di nuovo nel suo eros, questa volta descritto in toni duri e diretti ("che nel profondo centro/del suo desiderio crudele approda/", degni di una ricerca leopardiana di centralità e profondità d'immagine). Dopo aver di nuovo ripetuto la provocazione, il narratore passa a descrivere ermeticamente il suo passato, e a svelare (si noti come fabula e intreccio non coincidano) l'arcano mistero che l'ha condannata alla prostituzione, ovverosia l'abbandono da parte del suo uomo e la conseguente perdita di dignità morale e abbandono erotico (da sottolineare la rara intensità, con la quale si esprime la sua ricaduta e la disperazione erotica paragonando la caduta della sua fica - e dunque del suo eros - alla caduta di una tazza: ciò simboleggia un abisso netto, un qualcosa di rotto, di paurosamente, appunto, caduto a terra e di irreversibile, di non ritrovabile nè correggibile, ma allo stesso tempo di tremendamente ipperrealista - se si pensa all'inusualità di utilizzare la tazza come paragone erotico-drammatico e all'iperrealismo stesso dell'oggeto tazza-  e al contempo di così efficacemente drammatico, poetico). L'ultima strofa, dunque, oltre a rappresentare una nuova descrizione della sua esistenza derelitta, attua l'epilogo dell'impianto narrativo, donandoci un'altra perla di poesia deandriana: il buio della notte inteso come "accecante" porta a immaginare qualcosa di immensamente drammatico e al quale non si può che soccombere, come la disperazione che carratterizza l'esistenza della protagonista).

Lunfardia è una canzone firmata Fabrizio De André e Roberto Ferri, incisa da Adriano Celentano nell'album del 2004 "C'è sempre un motivo". E' scritta nel dialetto del quartiere della Boca, a Buenos Aires


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