_Band_Pietro Ripa (archivio) (Italia)


Concerti
Intervista a Pietro Ripa

Pietro Ripa, è un cantautore che vive in Piemonte ed ha Fabrizio come maestro di vita, di scrittura e di musica. Nel 2003 ha pensato di portare in tour uno "Speciale Fabrizio De André", dato che è uno dei pochissimi nel torinese che canta le canzoni d'autore, oltre al proprio repertorio...

E' un polistrumentista che vanta collaborazioni musicali con Tullio De Piscopo, già batterista nell'album "Rimini". Ha collaborato, in veste di fonico, con Miriam Makeba e Bruno Genero. Il 25 MAGGIO 2003 è la data della prima dello spettacolo dedicato a De André al Teatro di Borgone Susa (TO), dove riscuote un successo grandioso e seguono molte altre date.

Dai tuoi "tratti biografici" si nota una carriera ricca di vitalità... Da polistrumentista a fonico, da cantante a compositore... Una ecletticità innaturata o scaturita con l'esperienza?
Ma diciamo pure che tutto quel che appartiene alla parola arte mi attrae e poi mi viene naturale, facile, nel senso che imparo tutto in fretta come se ce lo avessi già dentro...e' una passione sempre in crescita e ho occhio nel notare le cose e farle mie, vedo quello che tanti non vedono se non glielo si fa notare… Poi l'esperienza fa la differenza ti matura e quindi uno può essere più bravo o più eclettico di un altro che magari ha meno facilità ad assimilare cose nuove e diverse fra loro, la passione del fonico nasce un po’ per necessità e quindi di necessità virtù si dice no? Il bello di fare l’artista è che pur restando nei canoni dettati dalla matematicità della musica uno può fare un po’ ciò che vuole attraverso la notazione, attraverso il suono che può essere di varie forme e sonorità…quindi essere espressivo donare calore e passione a chi ascolta la sua musica e le sue parole dove c’è un testo.

Vivere De André oggi è vivere?
Come davanti a una scultura di Michelangelo che diceva: io mi limito solo a togliere il superfluo, la statua è già dentro il marmo, leggere ciò che ha scritto De André è bello come ammirare la gioconda di Leonardo, o la pietà di Michelangelo appunto...una lezione di arte viva e di vita a dir poco superlativa e imparare da tutto ciò è arricchirsi nell'animo e nell'espressione. Sicuramente posso aggiungere senza dubbio di errore che resterà nella storia che conosceranno ancora per qualche centinaio di anni le generazioni a venire…

Accade molto spesso che le band o i solisti partano dal fare cover per arrivare all'approdo più originale di loro composizioni. Per te il percorso sembra opposto... E' un vantaggio oppure no? Lo si percepisce come una involuzione?
Il mio modo di fare le canzoni è: le espressioni interiori che crescono dentro fino al punto di rimetterle, scusa il termine poco fine, è un po’ come fare una scorpacciata di libri, di esperienze di vita quotidiana che maturando sentono dopo un tot di tempo il bisogno di uscire in qualche forma e la mia è la canzone o poesia che dir si voglia. Tanti come ben sai fanno le cover dei loro beniamini e poi le proprie canzoni sono a immagina e somiglianza delle cover che hanno sempre suonato, io ho suonato dal liscio agli anni 60-70-80-90 etc. e dalla musica d’autore straniera alla nostrana canzone d’autore e non ho subito, almeno credo, influenze che arrivano da fuori quindi il vantaggio e' che si crea e non si copia. Questo è un vantaggio no? Gli stereotipi non sono fra le mie corde, certo si fa sempre strofe, ritornelli, assoli, ponti modulanti ma il metterli insieme può essere personale, altrimenti si e' sempre cloni di qualcuno o qualcosa...più che involuzione direi espressione di se stessi, da qualche parte dovevo pur partire allora, ho iniziato da me già dall’età di quindici anni con forme espressive elementari ma, mie, cose che non ho più neanche io a casa ma non è importante questo è importante il fatto che mi abbiano aiutato a crescere ad essere un buon critico di me stesso e dei miei lavori passati, presenti e spero futuri con una sempre crescente voglia di fare e dire delle cose in questo mondo dove tutto cambia in silenzio e la direzione è il solo e mero denaro…

Al di là della "difficoltà" di scelta... Quale brano di De Andrè, onestamente, suscita più soddisfazione nell'eseguirlo in pubblico. Sia dal punto di vista del musicista che si esibisce sia di chi ascolta (e non sempre i brani possono collimare, ovviamente...)?
Hai proprio ragione, quello che si prova sul palco non si prova in platea e viceversa a volte non si è nemmeno d’accordo con la scaletta, per chi ascolta quasi mai va bene, perché non hai fatto questa canzone piuttosto che l’altra, sai, io non avrei suonato quella perché, avrei suonato l’altra perché…insomma non riesco sempre ad accontentare tutti e questo è normale se si fanno canzoni di altri autori dello spessore di Fabrizio De André, comunque per il pubblico sicuramente, del repertorio che ho scelto piacciono: Bocca di rosa, La canzone di Marinella, Via del campo, Andrea, Il pescatore, Don Raffaè, insomma le melodie più famose ma, per me almeno, che le vivo da musicista provo una grande soddisfazione suonare e cantare: Don Raffaè, Prinçesa, Fiume Sand Creek, per i testi per le melodie e per le difficoltà armoniche e dell’arrangiamento, per niente facili da suonare, anche perché la mia band è formata da oltre la metà dei musicisti componenti le bands che solitamente aveva Faber…mi si conceda un’abbreviazione confidenziale nei confronti del maestro…

E quale brano ti senti più tuo... Quale cioè ti si calza meglio addosso (per timbrica, temi, ecc...)?
La canzone che sento molto vicina è Fiume Sand Creek, primo per l’argomento e cioè gli Indiani d’america che la trovo una denuncia al mondo capitalista usurpatore nel nome di Dio e di qualunque Re era al trono in quel periodo, dalla scoperta e in seguito durante l’occupazione territoriale del colonialismo europeo, dai Re ai Papi…la corsa all'oro e del potere assolutista...

Una frase del repertorio deandreiano che ti colpisce particolarmente...
Beh, tutti i suoi testi colpiscono particolarmente però se è una frase che vuoi direi:

vanno, vengono per una vera, mille sono finte
e si mettono li tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto, una voglia di pioggia…

l’ultima strofa di: Le nuvole, la vera immagine dei politici, specialmente i nostri!!!