_Band_Passaggi di tempo (Campania) (Italia)


Concerti
Il gruppo è attivo dal 2006 ed è formato da nove elementi:

Romolo Carloni (voce e chitarra)
Massimo Magaldi (batteria)
Gianvincenzo Giudice (basso)
Giovanni Rago (chitarre)
Flavio La Camera (tastiere)
Angelo Saturno (percussioni e fisarmonica)
Gerardo Bovi (fiati e percussioni)
Alessia Pellegrino (cori e violino)
Giovanna Pellegrino (cori)

Secondo noi i messaggi e i contenuti sviluppati da De Andrè lungo l’arco della sua carriera sono così vari e così profondi che credo sia impossibile restituirli al mondo nella loro totalità. Probabilmente non ci si riuscirebbe neanche sommando i contributi forniti da tutte le cover band sparse per lo stivale; e questo non per particolari demeriti delle band ma per manifesta superiorità dell’ originale. La carriera di De Andrè, ma in generale tutta la sua vita, è stata come un enorme giardino in cui, a seconda delle stagioni, contenuti, temi e messaggi sbocciavano rigogliosi e in continuazione; fiori incantevoli, frutta succulenta. Tra tutto questo ben di dio, quindi, è davvero difficile scegliere. Sintetizzando, tuttavia, possiamo individuare almeno due grandi messaggi De Andreiani che ogni band, magari anche inconsapevolmente, finisce per portare in giro: il primo è un messaggio, diciamo cosi’, “sociale”, l’altro “artistico”.

Il messaggio sociale di Fabrizio è legato ad una serie di principi, di sentimenti, che appaiono in maniera più o meno marcata in ogni sua canzone (e anche in molte interviste) e che credo lui pensasse veramente dovessero essere posti alla base dell’agire sociale individuale: giustizia, uguaglianza, carità, perdono, amore verso il prossimo, soprattutto se diverso e debole. Grazie al carisma di De Andrè e della sua poesia, questi principi assumono una forza ed un fascino tale da avermi convinto che l’ascolto della sua musica possa davvero avere degli effetti socialmente terapeutici: chiunque abbia un minimo di sensibilità non può restare indifferente di fronte alle storie narrate da Fabrizio e a tutti i sentimenti che da queste scaturiscono. È una musica che, se non può insegnare a comportarsi meglio, perlomeno può spingere a farlo.  È interessante notare, inoltre, come quelli elencati siano tutti principi del tutto simili a quelli che andava predicando un tizio dai capelli lunghi un paio di migliaia di anni fa, e che dimostrano come De Andrè non fosse affatto contro la religione, quanto piuttosto contro le istituzioni religiose che avevano corrotto e diluito i precetti incontestabili espressi da Gesù Cristo. Un’affinità, quella tra Cristo e la filosofia De Andreiana, sottolineata anche dalla costante difesa dei più deboli e delle minoranze, portata avanti strenuamente dall’artista genovese. Un sentimento davvero straordinario e sempre attuale, in particolare alla luce degli episodi di intolleranza e dei fatti che continuano e continueranno a scorrere sotto i nostri occhi, tra un piatto di pasta e un cosciotto di pollo, durante i telegiornali.  Non importa se fossero omosessuali, drogati, puttane, zingari o malati. Per De Andrè ogni genere di diversità aveva il diritto di cittadinanza al mondo e andava dunque rispettata e difesa. Per questo in molte canzoni di Fabrizio ritroviamo una particolare forma di carità verso i “miserabili” e i “diversi”; le sue canzoni sono spesso affettuosi tentativi di alleviare le pene di queste difficili esistenze, di restituire dignità e onore a persone la cui dignità e il cui onore venivano di solito violentemente calpestati. Cristo aveva i miracoli, De Andrè le sue canzoni. Che infatti sono spesso di una bellezza miracolosa.

Il messaggio artistico di De Andrè è un messaggio d’amore profondo, totale, verso l’assoluta libertà creativa, verso l’arte con la A maiuscola. L’arte che se ne frega del mercato, l’arte che, anzi, crea mercato senza subirlo. Vengono i brividi se si pensa alla complessità e alla ricchezza (sia poetica che musicale) che De Andrè ha saputo raggiungere con delle semplici “canzonette”. Arte impegnativa, certo. Che obbliga ad attivare il cervello, uno degli organi del corpo umano più in disuso in questo momento storico saturo di disinteresse e di disimpegno, soprattutto in Italia. Arte rischiosa. Dal punto di vista musicale e soprattutto da quello tematico De Andrè si collocava in una posizione che a me piace definire “sull’orlo del baratro”; il baratro della meschinità, del dolore, della disperazione o della stupidità. E la sua grandezza è sempre stata quella: sapersene stare lassu’ seduto sull’orlo del precipizio con in braccio la sua chitarra, a guardare giù per raccontare a noi comuni mortali, troppo codardi per metterci li e guardar di sotto, quel che accadeva. Arte rischiosa e scomoda. Il potere tende sempre a nascondere la sporcizia sotto i tappeti, per mostrare al popolo il salotto apparentemente pulito. E io ho sempre visto Fabrizio come il tipo con la faccia da schiaffi che va ad alzare il tappeto per dire a tutti “guardate gente che qui sotto c’è un sacco di polvere”.  Per tutte queste ragioni ogni tribute band di Fabrizio De Andrè ha una responsabilità enorme, anche perché non c’è quasi nessun artista in giro, oggi, che sia riuscito ad imboccare in maniera convincente la direzione tracciata da Fabrizio, che sia riuscito a legare dei contenuti profondi alla sua attività di “cantante”. Oggi non vedo molti artisti seduti autorevolmente sull’orlo del baratro, e tra il tappeto e il pavimento si sono ormai accumulati un paio di centimetri di polvere. Il rischio è che la gente si convinca che il baratro, con tutti i personaggi che lo popolano, non ci sia più, e che il salotto di casa nostra sembri lindo e pinto anche se non lo è affatto. Per questo la mancanza di Faber si sente davvero. E poi magari è remota, ma esiste la possibilità che un adolescente cresciuto in questa specie di limbo spettacolar-musicale che ci circonda, tra musichette seriali radiofonicizzate e programmi televisivi pushers dell’effimero, possa fermarsi ad ascoltare la musica di De Andrè e pensare: “cazzo, ma esiste questa musica e io non ne sapevo niente?”.

Nel riproporre De André i rischi fondamentali sono due: riproporre troppo fedelmente o troppo poco fedelmente. Si passa così da chi indossa la stessa marca di mutande dell’artista coverizzato, a chi invece lo ripropone senza conoscerlo quasi per nulla. Per quel che ci riguarda, noi cerchiamo di mantenere una estrema fedeltà negli arrangiamenti delle versioni originali, inserendo solo di tanto in tanto elementi “personali”: a volte in alcuni soli, altre volte in lievi modifiche agli arrangiamenti.  So che c’è chi pensa che un approccio del genere significhi cancellare la propria personalità, il proprio apporto artistico, ma non è così: innanzitutto perchè dal punto di vista strettamente musicale suonare brani di De Andrè è molto più gratificante di quanto si pensi. La sua grande umiltà lo ha portato a collaborare di volta in volta con grandi musicisti e grandi arrangiatori, e così riproporre gli arrangiamenti dei suoi diversi periodi significa avere a che fare con arrangiamenti diversissimi gli uni dagli altri e tutti estremamente raffinati. Dal pop d’autore alla world music.